Adoro Halloween, non tanto per la festa in sé, invero
simpatica tanto quanto il carnevale, quanto perché ogni anno qualche esponente
più o meno importante della curia si scaglia contro la deriva horror della
festa di Ognissanti, rendendoci edotti di come quella data e quella festa siano
importanti per satanisti e affini (almeno nella loro mente), quali pagani,
wiccan e via dicendo.
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lunedì 28 ottobre 2013
martedì 30 ottobre 2012
Zucche e zucconi
Appena ci si avvicina alla fine di ottobre, riscoppia l'assurda polemica su Halloween.
Personalmente sono sempre stato attratto dalle manifestazioni folkloristiche, le loro origini, il loro evolversi, il loro tramandarsi.
Capita assai di raro di poter assistere alla nascita di un "folklore", così vorrei fare alcune considerazioni su un tentativo di crearne uno parallelo ad Halloween: Holy Wings.
lunedì 31 ottobre 2011
Zucche vuote
Se è pur sempre vero che per capire occorre tempo, è vero anche che se il tempo per capire diventa troppo si ha a che fare con dei mentecatti. O con malati.
Ecco ciò che penso, quando leggo di certe prese di posizione (me ne ero già occupato qui), come quelle di Padre Amorth, un famoso esorcista che ha passato la vita a scacciare tutti i demoni del mondo dimenticando purtroppo quelli che albergano nel suo cervello. Un esempio:
Halloween, una trappola del demonio, che le prova tutte. Intanto (halloween), fa schifo e mi fa schifo. Si tratta di una roba pagana, anticristiana ed anticattolica, proveniente da terre nordiche ed esplosa negli Usa. Questa robaccia, pretende, e talvolta ci riesce anche, di mettere in secondo piano ed offuscare la Solennità di Tutti i Santi che celebriamo con gioia il primo novembre. E siccome, appunto, il suo scopo é quello di mettere intralcio alla santità, é una ideazione del demonio che intende scompaginare i piani di Dio. Halloween é una festa pagana.
Pagana?
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lunedì 3 ottobre 2011
Val di Mello
La Val di Mello è una laterale della Val Masino, paradiso degli scalatori e meta, fin troppo abusata, del turismo di massa familiare, grazie anche allo splendido fondovalle. Per raggiungere l'incantevole luogo bisogna arrivare sino a S.Martino (SO), ove si può lasciare la macchina e proseguire a piedi verso l'imbocco della valle a circa 20' dal paese.
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venerdì 16 settembre 2011
Parco Nazionale dei Monti Sibillini - parte seconda
![]() |
| Castelluccio |
Uno dei luoghi più incantevoli del Parco è rappresentato dai Piani di Castelluccio. Agosto non è purtroppo il mese migliore, poiché le celebri fioriture che colorano l'altipiano (1350 m.s.l.m) hanno inizio in primavera e terminano a luglio. Ciò nonostante il luogo è incantevole, e l'oro delle stoppie rende comunque il panorama, se non proprio unico, comunque di una bellezza da togliere il fiato (cliccare sulle immagini per ingrandirle)
| Panorama |
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martedì 13 settembre 2011
Parco Nazionale dei Monti Sibillini - prima parte
Preciso sin da subito che questa non vuol essere una guida, ma un piccolo sunto delle sensazioni e dei luoghi visitati nella breve vacanza presso il Parco.
Il Parco si divide in quattro zone distinte da caratteristiche peculiari, il versante "fiorito", quello "sacro", quello "storico" e infine quello "magico".
Principalmente abbiamo visitato il versante "magico" non fosse altro perché abbiamo alloggiato in un Albergo a Montegallo che, insieme a Montemonaco, Montefortino, Arquata del Tronto e Amandola, fa parte dei comuni di questo, per cosi dire, comprensorio.
Principalmente abbiamo visitato il versante "magico" non fosse altro perché abbiamo alloggiato in un Albergo a Montegallo che, insieme a Montemonaco, Montefortino, Arquata del Tronto e Amandola, fa parte dei comuni di questo, per cosi dire, comprensorio.
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venerdì 29 gennaio 2010
I Giorni della Merla
C'è chi dice che gli ultimi tre giorni di Gennaio, detti della Merla, siano i giorni più freddi dell'anno; per lo meno, così vuole la tradizione. Come spesso accade però non vi sono riscontri, anzi, i dati raccolti dai meteorologi ci dicono che dopo la prima decade di Gennaio, la temperatura aumenta gradualmente, tanto che la media di questi tre giorni è superiore di 0.8 C° della media del mese. Almeno negli ultimi quarant'anni.
Come sempre interessante invece vedere da cosa la tradizione ebbe origine, anche perché se è possibile escludere che attualmente i giorni della merla non siano i più freddi, non si può non tenere conto che nei secoli addietro il nostro continente subì mutamenti climatici considerevoli, basti richiamare alla memoria le micro glaciazioni del tardo antico - alto medioevo, e più recentemente quello tra il XIV e il XIX sec, dove dati climatici precisi non ci sono o non potevano esserci.
La leggenda narra la storia di una Merla dal candido piumaggio e di Gennaio. Questi si divertiva a torturare la Merla scatenando freddo e gelo ogni qual volta il candido uccello abbandonava il nido alla ricerca di cibo. Un anno la Merla decise di gabbare Gennaio e fece provviste sufficienti per passare nel nido i 28 giorni di cui Gennaio era costituito. Convinta di aver gabbato Gennaio la merla canto forte
Fu così che Gennaio offeso, rubo da febbraio 3 giorni e colpì la Merla uscita in cerca di cibo, con un tale gelo che l'uccelletto dovette, tosto, cercare un riparo di fortuna all'interno di un camino.
"Più non ti curo Domine, che uscito son dal verno".
Fortuna volle che il caldo che saliva dal camino fu sufficiente a tenere in vita la Merla, ma la fuliggine annerì il candido piumaggio che da allora è divenuto nero (in realtà i merli maschi sono neri, mentre le femmine hanno un piumaggio bruno, ma tant'è).
La tradizione in sé nasconde una curiosità. Inizialmente l'Inverno, prima dell'introduzione dei mesi di Gennaio e Febbraio non aveva alcun mese, era semplicemente un periodo oscuro. L'anno di fatto cominciava a Marzo.
Fu Numa Pompilio nel 700 aC, circa a inserire questi due mesi dedicati alle divinità latina Giano ed etrusca Februus.
Pare, ma non tutti gli storici concordano, che inizialmente Gennaio avesse 28 (o 29) giorni, e che in seguito alcuni giorni di Febbraio slittarono al mese precedente.
Va peraltro sottolineato che la tradizione non è uguale dappertutto e se da un lato è rimasta l'idea che i tre giorni della merla siano i giorni più freddi dell'inverno e quindi dell'anno, dall'altra i contadini traevano previsioni a seconda della temperatura: se i giorni fossero stati freddi la primavera sarebbe stata calda e viceversa. Considerazioni che ovviamente sono i contraddizione con l'assunto preposto.
La tradizione in sé nasconde una curiosità. Inizialmente l'Inverno, prima dell'introduzione dei mesi di Gennaio e Febbraio non aveva alcun mese, era semplicemente un periodo oscuro. L'anno di fatto cominciava a Marzo.
Fu Numa Pompilio nel 700 aC, circa a inserire questi due mesi dedicati alle divinità latina Giano ed etrusca Februus.
Pare, ma non tutti gli storici concordano, che inizialmente Gennaio avesse 28 (o 29) giorni, e che in seguito alcuni giorni di Febbraio slittarono al mese precedente.
Va peraltro sottolineato che la tradizione non è uguale dappertutto e se da un lato è rimasta l'idea che i tre giorni della merla siano i giorni più freddi dell'inverno e quindi dell'anno, dall'altra i contadini traevano previsioni a seconda della temperatura: se i giorni fossero stati freddi la primavera sarebbe stata calda e viceversa. Considerazioni che ovviamente sono i contraddizione con l'assunto preposto.
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martedì 26 gennaio 2010
La Giubiana di Canzo
Giace questo paesello alle falde dell’erta e brulla montagna
a cui la somiglianza della configurazione
diede il nome di Corni di Canzo, lunati cucuzzoli,
il più alto de’ quali sorge piedi parigini 1076
al di sopra del livello del mare
Canzo è un paese di circa 5000 abitanti posto ai piedi delle Prealpi lombarde e considerato l’apice settentrionale della Brianza benché di fatto non faccia parte della neonata provincia lombarda.
Vi sono tracce di insediamenti umani che risalgono al periodo preistorico, tuttavia le prime tracce di Canzo vengono fatte risalire con certezza all’epoca Romana, benché il toponimo abbia certe origini celtiche.
Canzo è conosciuta dai lombardi per le escursioni ai Celebri “Corni” di cui la foto qui sopra e per l’acqua della sua fonte: il “Gajum” ovvero Fonte del Mallo, per via del grosso noce che sovrastava il bacino della fonte.
In questa sede però vogliamo raccontare la festa della Giubiana, che a Canzo assume un aspetto particolare ed elaborato, ricco di simbolismi e di figuranti.
La festa inizia con l’annuncio appeso nel portico del mercato circa 15 giorni prima dell’ultimo giovedì di gennaio, che recita per l’appunto:
La Giubiana de Canz, l’ultim giudei de gineè(la Giubiana di Canzo, lìultimo giovedì di Gennaio)
Il giorno del rogo vengono fatti i preparativi per la pira sulla quale verrà giustiziata la Giubiana e quindi inizia tutta una serie di scenette lungo le strade del paese dove emergono simboli e tradizioni di chiara origine pagana. Ma entriamo nel dettaglio.
La Giubiana viene legata ad una sedia e posta su un carro trainato da un asino e scende per le vie del centro storico accompagnata da vari figuranti che elencheremo in seguito, ma soprattutto dal suono cadenzato di percussioni che creano un’atmosfera lugubre quanto grottesca.
A metà paese altra rappresentazione degna di nota è il bal de l’ursu e del cacciadur nella cui danza al suono di fisarmoniche e cornamuse il cacciatore doma la rappresentazione della forza bruta della natura.
Il corteo procede quindi verso la piazza centrale dove spiccano le figure dei Regiuù (gli anziani) riconoscibili dal capel (cappello, simbolo di virilità) e tabar (mantello), delle Strie (le streghe) che gettano segatura sulla folla e dagli spiriti della natura come l’Anguana, una sorta di fata benefica della tradizione alpina, creatura magica delle acque qui vestita di bianco e adornata di calicantus, l’unico fiore dell’inverno, e l’Omm Salvadech (l’uomo selvatico) che porta in mano un ramo secco e silente, dispensa doni solo a chi gode della sua simpatia.
Giunti alla Piazza si comincia il processo, dove compaiono testimoni che accuseranno la Giubiana di essere causa dei mali dell’anno passato, l’ aucat di caus pers (l’avvocato delle cause perse) che cercherà di difendere la Giubiana e il consiglio dei Regiuù che alla fine decreterà la condanna al rogo della Giubiana, con la formula :
E sicome la stabiliss la leg quaranta dal voccent sesantotche dopo ‘l procèss gh’è la lugànega e ‘l risott,la sentenza a la fin la pò vess pronunziadaLa giubiana , stasira, ca la sia brusada!
Dopo il rogo, la festa continua con la distribuzione del risotto con la salsiccia (lugànega) e con il vin brulè.
Veniamo ora ad elencare le figure e i simboli che compaiono il corteo:
- i Pumpier in bicicleta: hanno il compito di assicurare il corretto svolgimento del corteo facendo attenzione, logicamente a circoscrivere i pericoli derivati dalla costante presenza del fuoco. Le biciclette e la pompa-idrante a mano sono d’epoca.
- I Buschiroo ovvero i boscaioli, con i loro attrezzi d’epoca
- l’Alpeè, ovvero l’abitante dell’ALpe che porta le corna di caprone (i corni del bech)
- i Pastùr, il pastore che suonano il corno
- gli Scarenej della vicina campagna di Scarenna, storicamente legata ai contadini canzesi
- il Carètt di paisan, il carretto dei contadini trainato da un’asino che porta la Giubiana e il Boia
- il Traìn un carro carico di fascine di legna, simbolo dell’economia invernale
- i Cilostar o candelieri che accompagnano incappucciati di rosso il corteo a simboleggiare la vittoria della luce sulla tenebra
- Il Barbanegra, l’indovino che dispensa le fortune del futuro
- le Strij picitt , le streghe che incutono paura ai bambini
- i Diauj da la bèla vus, i diavoli dalla bella voce che intonano le odi alla Giubiana
- i Bunn e i Gramm, letteralmente i buoni e i maligni, bimbi vestiti a seconda, di bianco e di nero, che al suono di campanelle o di percussioni improvvisate (latte e coperchi) accompagnano chiassosi il corteo
- il Boja, l’esecutore che trappresenta l’imminente condanna
- L’Anguana, la fata acquatica che abita ai piedi del Cepp de l’Angua, che dispensa noci agli astanti
- L’Omm selvadech, personaggio della mitologia alpina abitante del Cimin del la Tènura
- L’Urzu, l’orso abitante della Crota del Bavèsc simbolo della forza brutale della natura che l’uomo deve imparare a domare
- il Casciadùr, il cacciatore preposto a domare l’orso e a farlo danzare al suono delle cornamuse
- la Cumar de la cuntrada, che leggerà il testamento della Giubiana
- L’Aucat di Caus Pers, avvocato delle cause perse che viene da Milano per difendere la Giubiana
- I Regiuù, ovvero gli anziani cui nelle grandi famiglie patriarcali del recente passato si faceva riferimento per le decisioni importanti o per risolvere le controversie.
- La Giubiana, simbolo della natura sterile che solo morendo puo rigenerare la vita, a Canzo accompagnata da alcuni simboli, come la Gamba Rossa, a ricordare una leggenda che voleva che la Giubiana dotata di gambe lunghissime ricoperte di calze rosse scendesse dai camini a spaventare i bambini, il Buffet, simbolo dell’aria, la Moja (attrezzo da camino) simbolo del fuoco, lo zapin (zappa) simbolo della terra, e il cazul (mestolo) a simboleggiare l’acqua.
venerdì 22 gennaio 2010
La Giubiana
van in lecc cun frecc ai pè
i quand el suna mezanot
hien su a mangia ul risot.
La Giubiana la va a spass,
tuta bruta cui margasc
Tuta la gent la ga va a drè
chi pica i padei chi pica i pè.
E quand la riva in piaza gronde
tut ga fan festa grande.
E per finila in alegria
briisan lè e la stregoneria.
Come molte feste popolari le origini della Giubiana o Gibiana si perdono nella notte dei tempi e l'attuale rito è certamente frutto di sovrapposizioni di culture diverse che si sono susseguite nel territorio nel corso di millenni.
Incominciamo col dire che la Giubiana è una tradizione circoscritta al nord Italia in particolare in Piemonte e in Lombardia e consiste nel bruciare in un grande falò un fantoccio di paglia, l’ultimo giovedì di Gennaio.
Vi sono varie ipotesi sulle origini, come detto antichissime. Alcuni le fanno risalire ai Celti e ai riti propiziatori legati probabilmente alla festa di Imbolc che cade pressappoco il 1° febbraio. Etimologicamente il nome potrebbe derivare da Giunone (da cui il nome Joviana) o da Giove (jovia-giobia) visto che tra l’altro si festeggia di Giovedì. Di certo la festa capita sovente nei giorni della festività romana delle Feriae Sementinae che segnavano la fine della stagione della semina.
lunedì 2 novembre 2009
La mia zucca vuota
Con un po' di ritardo ecco la mia prima zucca, intagliata per la gioia del mio piccolo tesoro, la quale, nonostante tutte le preoccupazioni delle varie associazioni taleban-cattoliche, si è divertita un sacco nel vedere il vecchio Jack illuminarsi sul davanzale della finestra.
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giovedì 29 ottobre 2009
Halloween
Riguardo l’origine del termine, invece, va detto che molto semplicemente la parola Halloween altro non è che la contrazione delle parole inglesi All Hallows Eve, letteralmente Vigilia di Ognissanti.
Perché tale festa ha assunto questi connotati?
I motivi vanno ancora ricercati nelle tradizioni di matrice celtica. Laddove la notte di Halloween viene vissuta come una tradizione propria, e non come nel nostro caso, importata, i bimbi si travestono da folletti, mostri e streghe e girano per le case chiedendo cibo o monete per evitare tiri mancini, la famosa “Trick or Treatin?”, letteralmente “ Scherzo o banchetto?”. Nei paesi dove tali tradizioni perdurarono, le Isole Britanniche, la Bretagna, l’Irlanda ed alcune zone dell’Italia settentrionale, vi era la consuetudine di passare di casa in casa in una sorta di processione nella quale si richiedevano cibi e bevande rituali da offrire ai defunti. Si inseriscono poi, alcuni aspetti antropologici in particolare legati al travestimento, utilizzato sia come metodo per uscire dal proprio ruolo sociale, come nel nostro carnevale, sia con scopo di esorcizzare le forze distruttive della natura o le componenti spirituali negative (spiriti e defunti).
La Zucca di Halloween
Meno impegnativa e forse più divertente invece è la storia di Jack O’Lantern, la celebre zucca simbolo di Halloween, anche se, va detto originariamente non di zucca, ma di rapa si trattava.
Narra la leggenda, tutta irlandese e molto cristianizzata, di un beone di nome Jack che dopo una sbornia colossale proprio alla vigilia di Ognissanti, incontrò il diavolo in persona che aveva tutta l’intenzione di portarselo all’Inferno.
Jack però non aveva nessuna intenzione di andare nell’aldilà e d escogitò un piano. In un primo tempo propose al Diavolo di acconsentirgli, prima della dipartita, un’ultima bevuta, e quando il Diavolo assentì, Jack prese a frugare le tasche alla ricerca di una moneta che sapeva di non avere. Il Diavolo stava perdendo la pazienza, ma Jack chiese astutamente al Diavolo di trasformarsi in una moneta da 6 pence affinché potesse pagarsi l’ultimo bicchiere. La cosa parve divertire il Diavolo che operò la trasformazione convinto che la cosa si sarebbe presto risolta, ma l’uomo ne approfittò immediatamente, prese la moneta e la depose all’interno di un piccolo borsello in cui teneva un crocifisso.
Il Diavolo, imprigionato e schiumante di rabbia, minacciò Jack di ogni sorta di punizione, ma alla fine, vinto implorò a Jack di liberarlo,
L’uomo acconsentì a patto che gli fosse lasciato un altro anno di vita. E così fu.
In un primo tempo, come spesso accade a chi scampa un pericolo mortale, Jack sembrava aver trovato la buona strada e si mise d’impegno comportandosi da buon cristiano nei confronti di moglie e figli, ma ben presto cadde ancora nel vecchio vizio della bottiglia, fino a che l’anno concesso passò.
Puntualmente il Diavolo comparve a Jack per reclamare la sua anima, e l’uomo ormai rassegnato stava per arrendersi quando improvvisamente gli sovvenne l’ennesima truffa.
Passando accanto ad un albero di mele, chiese al diavolo di concedergliene una prima di dipartire per l’oscuro inferno. Il Diavolo accettò ancora e si arrampicò sull’albero per cogliere una mela.
Ma non appena salito sul tronco jack incise sulla corteccia il segno della croce, gabbando per l’ennesima colta il povero Diavolo. Per ridargli la libertà chiese questa volta dieci anni al termine dei quali avrebbe ceduto l’anima senza ulteriori richieste.
Ma questa volta fu Jack a soccombere: il fisico duramente provato da una vita dissennata non resse a lungo e l’uomo morì, prima ancora che scadessero i fatidici dieci anni.
Jack si presento in Paradiso, ma a cagione della sua pessima condotta le porte non si aprirono e così dovette suo malgrado andare all’Inferno. Anche qui però non fu accolto, giacché il Diavolo rancoroso per le umiliazioni subite non lo voleva tra i suoi domini. Tuttavia mosso a compassione, prima di lasciarlo vagare tra le nebbie del limbo tenebroso, il Diavolo fornì a Jack una candela affinché potesse illuminarsi la via.
L’uomo prese la candela e la pose in una rapa scavata in modo da ricavarne una lanterna e alla flebile luce di questa vagò nel Limbo alla vana ricerca di un posto dove dimorare.
Vuole la leggenda che nella notte di Halloween quando il velo che separa il mondo dei vivi da quello degli spiriti si assottiglia, si possa vedere lo spirito di Jack vagare per le tenebre in cerca di pace, preceduto dalla tremula luce della sua strana lanterna.
ATTENZIONE:
Questo post deve molte delle sue parti al sopraccitato testo di Riccardo Taraglio, testo che è coperto da copyright ed è utilizzabile solo a determinate condizioni, in particolare per la distribuzione gratuita nelle scuole, nelle biblioteche e nei circoli culturali, mentre se si vuole utilizzare al di fuori di questo ambito sarebbe bene, come ho fatto anche io, chiederne l’autorizzazione. Per farlo basta entrare nel suo sito cliccando qui.
mercoledì 16 settembre 2009
Le tre cime di Lavaredo
"...Ma in mezzo a tutte quelle meraviglie c'era qualcuno che soffriva in silenzio: era la Grande Montagna di Lavaredo, nuda e dirupata, scanalata da lunghi camini verticali nei quali colava- no le gelide stille dei ghiacciai perenni, tagliata orizzontalmente dalle cenge e scarnita dalle acque in orridi strapiombi...
Solo le sue pareti altissime, spesso lisce e diritte come pale, riflettevano la luce del sole che alla sera le accarezzava con gli ultimi raggi infuocati. La Grande Montagna allora sembrava diventare trasparente come cristallo, diafana come un lembo di nuvola..."
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martedì 15 settembre 2009
Lago di Misurina
Gita assolutamente da non perdere se si è nel Cadore, è il lago di Misurina e l'ascesa alle Tre Cime di Lavaredo, queste ultime raggiungibili tramite strada carrozzabile, in ottimo stato, previo il pagamento al casello di 20 € per autovettura.
Lago d'Antorno... e dintorni
Lago di Misurina
Misurina, conosciuta in tutto il mondo, è una frazione di Auronzo di Cadore ed è una piccola località turistica nel cuore delle Dolomiti, ad un'altitudine di 1754 metri, anche denominata "La Peral" delle Dolomiti, è situata proprio sotto le Tre Cime di Lavaredo, accessibili in partenza proprio da Misurina, sia via sentiero sia tramite una strada carrozzabile.
"Una non troppo antica leggenda narra di Misurina, la figlia di un gigante, il Re Sorapis. La bambina molto capricciosa pretendeva che il padre le donasse lo specchio "tuttosò" che apparteneva alla fata del Monte Cristallo. La fata propose un patto: avrebbe concesso lo specchio solo se il Re avesse accettato di trasformarsi in una montagna. Non appena Misurina afferrò lo specchio Re Sorapis subì l'eterna trasformazione. Solo allora la bimba si disperò e presa da improvviso capogiro precipitò dall'alto assieme allo specchio. Dagli occhi, ormai quasi spenti di Sorapis, cominciarono a scendere delle calde lacrime che formarono il Lago di Misurina. Questa leggenda sulle origini del lago della "perla del Cadore", come è stata soprannominata Misurina, senza dubbio la località più rinomata e famosa del Comune di Auronzo. Il nome "Misurina", in ladino "Mesorina", deriverebbe dall'unione dei termini "Meso ai Rin", cioè "in mezzo ai ruscelli".
Lago d'Antorno... e dintorni
Proseguendo verso le Tre Cime ci si può fermare al lago d'Antorno.
Intorno a questo piccolo specchio d'acqua, posto a quota 1866 m. s.l.m. e che grazie alla sua limpidezza riflette i boschi circostanti dal verde intenso ed i cieli blu di una montagna sempre limpida, si snoda un sentiero che corre fra una vegetazione caratteristica e rara.
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Sui sentieri dei Fanes - Parte 2
I Monti Pallidi
Secondo la leggenda de “La Crepes Spavìdes” ovvero la leggenda dei Monti Pallidi, tra le nostre montagne viveva un principe buono, amato dal suo popolo. Egli però era molto triste; solo una cosa avrebbe potuto rallegrarlo: raggiungere la luna per conoscerne la principessa che gli era apparsa in sogno. Con l’aiuto di due saggi il suo desiderio si realizzò e, giunto sulla luna dove tutto era luminoso e splendente, incontrò la principessa e fu da lui subito riamato. Il suo soggiorno però fu breve, infatti i suoi occhi, feriti da quel chiarore così intenso, cominciarono a soffrire. Il principe dovette ritornare sulla terra con la sua sposa, e qui fu festeggiato dai suoi sudditi. Solo un mazzolino di fiori bianchi portò con se la principessa e ben presto questi ricoprirono gli alpeggi del regno: le Stelle Alpine. La loro felicità però fu breve, la principessa si ammalò di malinconia: i colori erano così forti sulla terra e le montagne così cupe… per non morire dovette ritornare dal re suo padre.
I nani silvani, numerosi in questi luoghi, vennero in aiuto al principe sempre più disperato per questa forzata separazione. Una notte di luna piena salirono sulle cime più alte di queste montagne e, sotto la direzione del loro re, incominciarono a fare strani movimenti con le mani e le braccia e ben presto tra loro apparvero grossi gomitoli splendenti: avevano filato i raggi di luna! Poco prima dell’alba, i nani silvani srotolarono i gomitoli lungo le ripide pareti delle montagne che furono ben presto ricoperte da un chiarore meraviglioso che avvolse tutto il regno. La principessa della luna poté ritornare tra i Monti Pallidi dove visse felice con il principe.
I nani silvani, numerosi in questi luoghi, vennero in aiuto al principe sempre più disperato per questa forzata separazione. Una notte di luna piena salirono sulle cime più alte di queste montagne e, sotto la direzione del loro re, incominciarono a fare strani movimenti con le mani e le braccia e ben presto tra loro apparvero grossi gomitoli splendenti: avevano filato i raggi di luna! Poco prima dell’alba, i nani silvani srotolarono i gomitoli lungo le ripide pareti delle montagne che furono ben presto ricoperte da un chiarore meraviglioso che avvolse tutto il regno. La principessa della luna poté ritornare tra i Monti Pallidi dove visse felice con il principe.
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lunedì 14 settembre 2009
Sui sentieri dei Fanes – parte 1
Fanes è il nome di un antico popolo di cui parlano le leggende Ladine, per chi volesse approfondire consiglio il bellissimo e accurato sito Il Regno dei Fanes curato da Adriano Vanin dove si trova anche un importante bibliografia e da cui sono tratte le descrizioni in corsivo dei vari luoghi (ho volutamente lasciato attivi alcuni link che rimandano al sito). Questo nome è divenuto poi un toponimo: l'Alpe di Fanes è infatti un imponente quanto bellissimo catino dolomitico i cui margini scendono a strapiombo verso la Val Badia. La zona fa parte del Parco Regionale del Fanes Senes Braies, una zona incantevole che ho, sommariamente visitato (con una bimba piccola e tre ernie più di tanto non mi è stato possibile), durante le vacanze estive, una delle più belle della mia vita.
Lo scopo di questa introduzione è semplicemente quello di pubblicare alcune fotografie che ho scattato durante la vacanza, sperando di poter trasmettere a voi lo spirito di quei luoghi magnifici, o anche solo un immagine (cliccare sull’immagine per ingrandire).
San Vigilio di Marebbe - Panorama
Lago di Braies
"Ogni anno, in una notte di luna, la regina e Lujanta fanno in barca il giro del lago di Braies, uscendo dalla porta di roccia che ha dato il nome ladino (Sass dla Porta) alla Croda del Becco. Esse attendono che il nipote della regina ritorni con le frecce infallibili. Ma questi non arriva mai. E un giorno scocca la “grande ora”: dai monti risuonano le trombe d’argento. Ma non c’è nessuno a rispondere al loro appello. La regina le ascolta per l’ultima volta, poi scende a dormire per sempre sul fondo del lago. Ma un giorno arriverà il “tempo promesso” in cui tutti risorgeranno per vivere in pace".
Senes
Costituiscono un grande altopiano carsificato, a quote comprese tra i 2000 ed i 2300 metri, che si estende tra il monte Sella di Sennes, ad ovest, ed il gruppo della Croda Rossa, ad est. Il lato settentrionale è delimitato da una serie di rilievi, tra cui spicca la Croda del Becco, strapiombanti sulla val Foresta ed il lago di Braies; quello meridionale dalla val dai Tamersc - val di Rudo - Pederù.
Costituiscono un grande altopiano carsificato, a quote comprese tra i 2000 ed i 2300 metri, che si estende tra il monte Sella di Sennes, ad ovest, ed il gruppo della Croda Rossa, ad est. Il lato settentrionale è delimitato da una serie di rilievi, tra cui spicca la Croda del Becco, strapiombanti sulla val Foresta ed il lago di Braies; quello meridionale dalla val dai Tamersc - val di Rudo - Pederù.
Fanes
Strano a dirsi, le alpi di Fanes non sono direttamente menzionate come sito di particolari avvenimenti della leggenda, anche se è pressochè certo che facessero parte del territorio di caccia o di pascolo dei Fanes stessi. I nomi delle alpi, grande e piccola, sono legati all'importanza economica degli alpeggi e delle relative malghe.
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