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lunedì 2 luglio 2012

Il Custode delle Lanterne


Disegno di Luca Tarlazzi


Dedicata  ad un Re di un paese lontano,
in altre parole ad una Amico
perché l'amicizia, quella vera, 
non ha volto, né  luogo, né tempo.





Il crepuscolo, dalle montagne, allungò rapide le sue dita sopra l'altipiano, oscurando i verdi colori della primavera. 
Il suono delle attività umane andava lentamente spegnendosi, giù, sotto la collina dalla quale l'uomo osservava, lasciando posto alle poche e tremule luci che filtravano dalle finestre ancora aperte delle case. 
Era quasi giunta l'epoca del solstizio, ma quell'anno il tempo era stato inclemente e nelle brughiere del Nord, la sera all'aperto, l'aria era ancora frizzante come all'epoca della fioritura dei meli.

mercoledì 11 gennaio 2012

Diversamente Intelligenti


Ma dopo un po' di tempo la sua sicurezza
 comincia a dare segni di incertezza
 si sente crescere dentro l'amarezza
 perché adesso che il suo scopo é stato realizzato
 si sente ancora vuoto
 si accorge che in lui niente é cambiato
 che le sue paure non se ne sono andate
 anzi che semmai sono aumentate
 dalla solitudine amplificate
 e adesso passa la vita a cercare
 ancora di comunicare con qualcuno
 che lo possa far tornare 
(Extraterrestre  - E. Finardi)

Anno 2148, uno a caso: per cominciare un racconto di fantasia l'anno giusto non è fondamentale, ma siccome il racconto è di fantascienza non si può certo iniziare con il classico "c'era una volta".
Anno 2148, dicevo, sui cieli del Bel Paese il sole improvvisamente si oscurò.

venerdì 1 ottobre 2010

Il senso della Morte



S’udivano solo il ritmico picchiettare del tappino di una Bic su quel tavolo di fortuna e il beep irregolare del macchinario che monitorava il cuore del piccolo paziente in fondo alla corsia.
L'infermiere di turno osservava la cupa notte dalla finestra senza vetro.
Una notte come tante altre, nel fine inverno dell'ospedale da campo di Jalaalaqsi, Somalia, Africa. 
Finis Terrae.





martedì 26 gennaio 2010

La Giubiana di Canzo




Giace questo paesello alle falde dell’erta e brulla montagna
a cui la somiglianza della configurazione
diede il nome di Corni di Canzo, lunati cucuzzoli,
il più alto de’ quali sorge piedi parigini 1076


al di sopra del livello del mare



Canzo è un paese di circa 5000 abitanti posto ai piedi delle Prealpi lombarde e considerato l’apice settentrionale della Brianza benché di fatto non faccia parte della neonata provincia lombarda.
Vi sono tracce di insediamenti umani che risalgono al periodo preistorico, tuttavia le prime tracce di Canzo vengono fatte risalire con certezza all’epoca Romana, benché il toponimo abbia certe origini celtiche.
Canzo è conosciuta dai lombardi per le escursioni ai Celebri “Corni” di cui la foto qui sopra e per l’acqua della sua fonte: il “Gajum” ovvero Fonte del Mallo, per via del grosso noce che sovrastava il bacino della fonte.
In questa sede però vogliamo raccontare la festa della Giubiana, che a Canzo assume un aspetto particolare ed elaborato, ricco di simbolismi e di figuranti.

La festa inizia con l’annuncio appeso nel portico del mercato circa 15 giorni prima dell’ultimo giovedì di gennaio, che recita per l’appunto:
La Giubiana de Canz, l’ultim giudei de gineè
(la Giubiana di Canzo, lìultimo giovedì di Gennaio)

Il giorno del rogo vengono fatti i preparativi per la pira sulla quale verrà giustiziata la Giubiana e quindi inizia tutta una serie di scenette lungo le strade del paese dove emergono simboli e tradizioni di chiara origine pagana. Ma entriamo nel dettaglio.
La Giubiana viene legata ad una sedia e posta su un carro trainato da un asino e scende per le vie del centro storico accompagnata da vari figuranti che elencheremo in seguito, ma soprattutto dal suono cadenzato di percussioni che creano un’atmosfera lugubre quanto grottesca.
Ad un certo punto del percorso  da una finestra del paese appare il Diavolo, figura che per il vero cambia negli anni, al cospetto del quale la Giubiana canta un’ode cui il Diavolo risponde con frasi senza senso.



A metà paese altra rappresentazione degna di nota è il bal de l’ursu e del cacciadur nella cui danza al suono di fisarmoniche e cornamuse il cacciatore doma la rappresentazione della forza bruta della natura.
Il corteo procede quindi verso la piazza centrale dove spiccano le figure dei Regiuù (gli anziani) riconoscibili dal capel (cappello, simbolo di virilità) e tabar (mantello), delle Strie (le streghe) che gettano segatura sulla folla e dagli spiriti della natura come l’Anguana, una sorta di fata benefica della tradizione alpina, creatura magica delle acque qui vestita di bianco e adornata di calicantus, l’unico fiore dell’inverno, e l’Omm Salvadech (l’uomo selvatico) che porta in mano un ramo secco e silente, dispensa doni solo a chi gode della sua simpatia.
Giunti alla Piazza si comincia il processo, dove compaiono testimoni che accuseranno la Giubiana di essere causa dei mali dell’anno passato, l’ aucat di caus pers (l’avvocato delle cause perse) che cercherà di difendere la Giubiana e il consiglio dei Regiuù che alla fine decreterà la condanna al rogo della Giubiana, con la formula :
E sicome la stabiliss la leg quaranta dal voccent sesantot
che dopo ‘l procèss gh’è la lugànega e ‘l risott,
la sentenza a la fin la pò vess pronunziada
La giubiana , stasira, ca la sia brusada!

Dopo il rogo, la festa continua con la distribuzione del risotto con la salsiccia (lugànega) e con il vin brulè.
Veniamo ora ad elencare le figure e i simboli che compaiono il corteo:
  • i Pumpier in bicicleta: hanno il compito di assicurare il corretto svolgimento del corteo facendo attenzione, logicamente a circoscrivere i pericoli derivati dalla costante presenza del fuoco. Le biciclette e la pompa-idrante a mano sono d’epoca.
  • I Buschiroo ovvero i boscaioli, con i loro attrezzi d’epoca
  • l’Alpeè, ovvero l’abitante dell’ALpe che porta le corna di caprone (i corni del bech)
  • i Pastùr, il pastore che suonano il corno
  • gli Scarenej della vicina campagna di Scarenna, storicamente legata ai contadini canzesi
  • il Carètt di paisan, il carretto dei contadini trainato da un’asino che porta la Giubiana e il Boia
  • il Traìn un carro carico di fascine di legna, simbolo dell’economia invernale
  • i Cilostar o candelieri che accompagnano incappucciati di rosso il corteo a simboleggiare la vittoria della luce sulla tenebra

  • Il Barbanegra, l’indovino che dispensa le fortune del futuro
  • le Strij picitt , le streghe che incutono paura ai bambini
  • i Diauj da la bèla vus, i diavoli dalla bella voce che intonano le odi alla Giubiana
  • i Bunn e i Gramm, letteralmente i buoni e i maligni, bimbi vestiti a seconda, di bianco e di nero, che al suono di campanelle o di percussioni improvvisate (latte e coperchi) accompagnano chiassosi il corteo
  • il Boja, l’esecutore che trappresenta l’imminente condanna
  • L’Anguana, la fata acquatica che abita ai piedi del Cepp de l’Angua, che dispensa noci agli astanti
  • L’Omm selvadech, personaggio della mitologia alpina abitante del Cimin del la Tènura
  • L’Urzu, l’orso abitante della Crota del Bavèsc simbolo della forza brutale della natura che l’uomo deve imparare a domare
  • il Casciadùr, il cacciatore preposto a domare l’orso e a farlo danzare al suono delle cornamuse
  • la Cumar de la cuntrada, che leggerà il testamento della Giubiana
  • L’Aucat di Caus Pers, avvocato delle cause perse che viene da Milano per difendere la Giubiana
  • I Regiuù, ovvero gli anziani cui nelle grandi famiglie patriarcali del recente passato si faceva riferimento per le decisioni importanti o per risolvere le controversie.
  • La Giubiana, simbolo della natura sterile che solo morendo puo rigenerare la vita, a Canzo accompagnata da alcuni simboli, come la Gamba Rossa,  a ricordare una leggenda che voleva che la Giubiana dotata di gambe lunghissime ricoperte di calze rosse scendesse dai camini a spaventare i bambini, il Buffet, simbolo dell’aria, la Moja (attrezzo da camino) simbolo del fuoco, lo zapin (zappa) simbolo della terra, e il cazul (mestolo) a simboleggiare l’acqua.

venerdì 15 gennaio 2010

Le Malattie Impossibili... o quasi

Demandite Cronica

Delle tante malattie che hanno colpito la razza umana una delle più antiche riscontrabili è di certo la Demandite, sebbene, paradossalmente solo in epoca contemporanea alcuni studi compiuti dall'esimio professore cinese Gal Lhan Tyn titolare della cattedra di Archeoepidemiologia dell'Università Mao Tse Tung di Pechino, hanno permesso di definirne la sintomatologia ed, in seguito, la malattia stessa.
Secondo gli studi di Lhan Tyn  è assai probabile che la burocrazia sia nata proprio a seguito di un'epidemia di Demandite che colpì il mondo, in particolare l'Occidente nel I° Sec AC. Lo studioso infatti ha trovato tracce inequivocabili del legame tra Demandite e Burocrazia in alcuni miti riguardanti due eroi della mitologia celtica alle prese con la Casa che Rende Folli.



Questo, per sottolineare l'impatto che questa, fin'ora semisconosciuta, malattia ha ed ha avuto sul genere umano.
Ma vediamo un poco di cosa si tratta.
Il virus della demandite colpisce prevalentemente soggetti accidiosi, ma non sono rari i casi in cui colpisce semplici persone coinvolti in un'attività frenetica. In entrambe i casi la malattia viene spesso sottovalutata e si confonde, nel primo caso con la malavoglia e, nel secondo, con l'impossibilità del soggetto di occuparsi di tutto.
Nel giro di pochissimo tempo però i soggetti che hanno contratto questo terribile virus tendono a demandare sempre più spesso i loro compiti ad altri, chi furbescamente sgravandosi in modo definitivo chi adducendo ogni volta scuse. Nel primo caso Lhan Tyn parla di Demandite Scaricabarilosa e nel secondo caso di Demandite Pietosa.

Lhan Tyn ricorda nel suo libro intitolato "La Demandite" sottotitolato 誰您叫為了翻譯此? che ebbe l'intuizione dell'esistenza della malattia quando, in un limpido mattino invernale, il suo collega russo Karl Villoff, necesitando della sua assistenza, chiese ad un altro ricercatore di passaggio di richiamarlo. non appena questi avesse ricevuto il messaggio. Questi, entrando in ufficio e non trovando nessuno, disse all'operaio che stava ricaricando il distributore dell'acqua lì a fianco,  di dire alla segretaria che il professor Karl Villoff aveva bisogno di un consulto del professor Lhan Tyn. L'operaio che aveva ormai finito il lavoro e aveva fretta di recarsi da un'altra parte si rivolse casualmente ad un'avvenente ricercatrice, prendendola per la segretaria, e dopo averle riportato il messaggio, accortosi dell'errore, prego la stessa di avvertire la vera segretaria che, per l'appunto, Villoff aveva bisogno di Lhan Tyn. La ragazza però che riteneva più importante andare a sistemarsi il trucco si recò in bagno e lì trovò una collega impegnata nello stesso prioritario lavoro di ripristino del mascara, ma fortunatamente a lavori avanzati, e demando a sua volta il compito di avvertire la segretaria di Lhan Tyn che un ricercatore aveva detto al carinissimo ragazzo dell'acqua che poi aveva coinvolto lei che Villoff cercava il professore. Tagliando corto , Lhan Tyn , dopo circa due giorni, 18 ore e innumerevoli passaggi (la testimonianza sul libro occupa ben 129 pagine), venne infine a sapere che era cercato dal collega Villoff e contattatolo telefonicamente (sia Villoff che Lhan Tyn erano dotati di telefono cellulare) scoprì che il russo voleva semplicemente chiedergli di avvisare una studentessa che lui reputava, erroneamente, Lhan Tyn conoscesse, che aveva trovato una tesi per l'amica dell'amica di lei!

La malattia, come è detto ha un impatto enorme sull'intera società umana, di fatto annullando la velocità delle comunicazioni che la nostra era ha raggiunto. Gal Lhan Tyn, negli ultimi capitoli del libro però paventa un certo ottimismo sulla possibile cura e ci dice che non appena il laboratorio dell'Università confermerà alcune cose da lui previste, sarà in grado di far produrre un vaccino. A qualcun altro, s'intende.


venerdì 27 novembre 2009

U.C.C.S.




Ora lo so. L'Italia è davvero una Repubblica fondata sul lavoro. Ma non è come credete voi, no di certo. Non è fondata sul lavoro dei campi, delle fabbriche, delle strade. No. L'Italia è fondata sul lavoro di un organo segreto, un ufficio per la precisione, dove ci sono persone che lavorano giorno e notte, per noi, 24 ore su 24, con turni estenuanti, con eroica abnegazione.

giovedì 26 novembre 2009

L'Osservatore


Fa freddo.
Da quassù si intravvede un cielo colore di piombo e intanto la città è avvolta nel silenzio da una coperta di bruma.
Poche luci qua e là, qualche lampione, pochi suoni ovattati.
Una macchina parcheggiata all'angolo emette un denso fumo nero, mentre, all'interno il proprietario stringe nervosamente una sigaretta tra i denti, spenta e, con dita ingiallite, sfoglia distrattamente il giornale appena acquistato all'edicola del corso.
Non ha fretta, ma è come se ne avesse, nonostante l'alba tardi ad arrivare; nonostante l'orologio del campanile  abbia appena smesso di suonare le sei.
Un rapido movimento del piede sull'acceleratore e lo sbuffo di fumo si fa più denso, il rumore del motore più cavernoso. Se non fosse che sono quassù, troppo distante, direi che nell'aria c'è odore di gasolio.
Forse sono solo i camini di troppo vecchie caldaie.
Un gatto da sotto l'auto, probabilmente acquattato in cerca di calore, schizza spaventato e attraversa la strada lanciando un miagolio lancinante.nebbia15
Fortuna vuole nessuno passi per le strade.
D'improvviso si spalanca una finestra facendo filtrare verso l'esterno la luce aranciata di una lampadina ad incandescenza, ancora appesa al soffitto per i soli cavi, senza un lampadario che la contenga. Un donna si affaccia, appoggia un cuscino sul davanzale e lo percuote facendo uscire sbuffi di polvere che presto si confondono nella nebbia.
Il rumore rimbomba per il quartiere ancora addormentato, sordo e fastidioso.
Un altra finestra si apre di fronte, ne esce un uomo che inveisce volgarmente, quindi senza attendere risposta richiude le persiane sbattendole.
Intanto, un sole malato albeggia chissà dove sull'orizzonte, schiarendo l'aria livida senza che nulla prenda colore.
Non mi piace questa città, non mi piace questa gente. Anche là, sulla panchina, con la vita appesa agli aghi di ghiaccio di una notte troppo fredda, coperto di brina e pochi cartoni, un barbone attende dormendo che un altro minuto passi. E poi un altro e un altro ancora, aspettando che un Godot qualsiasi arrivi per dare un senso al tutto.ParcoMonza20090215-94-Edit
Ma pare che il senso sia già lì, da lunghi anni, nelle forme di un albero senza foglie, bruna corteccia nella bruma.
Poi, un refolo venuto da chissà dove, straniero nella calma surreale, mi scuote e volgo lo sguardo altrove, oltre il velo leggero di un vetro appannato, dietro il quale una donna è intenta a cercare, con una spazzola e pochi trucchi, di ritrovare una bellezza forse mai avuta.
Odo le rughe, la cui profondità da lungi non posso che immaginare, raccontare le mille storie di una donna, le verità vere e quelle immaginate, le sento, come dai solchi di un vinile, cantare  ricordi di amori che l'hanno vissuta, usata e alla fine consumata.
Nella finestra accanto, come uno scherzo del destino, una giovane, poco più che bambina, è già desta, con lo sguardo vivace immerso in un libro di parole stampate e di un nome scritto ripetitivamente sul lato. Il nome di un giovane che non la noterà mai. Troppo acerba, ancora, e lui troppo stupido per leggere nella pallida luce dell'albore, il fulgore dorato del meriggio.2000_Donna_allo_specchio
Più in là un cancello automatico sia apre accompagnato dal mesto ronzio del motore elettrico, presto sovrastato dallo stridio di gomme che mordono il cemento dal buio di una rimessa sotterranea.
Pochi passeri intirizziti dal freddo s'alzano in un volo in cerca di un luogo più sicuro mentre la vecchia automobile, gialla, schizza fuori dal passo carraio. L'uomo che la guida suda di una paura ancestrale.
Accanto a lui una donna dai capelli unti stringe tra i denti il proprio dolore.
Fanno solo pochi metri e il semaforo, fino ad allora lampeggiante si colora di rosso.
L'utilitaria frena, poi attende impaziente rombando come se ferma ad uno starter.
La donna china la testa, poi la protende all'indietro, quasi prevenendo l'accelerazione che segue al suono del clacson.
Un accelerazione breve perché da sinistra sbuca un furgoncino.
A guidarlo c'è un uomo di mezza eta, barba sfatta, guance coperte da un intricato complesso di capillari bruciate da sole e intemperie. Gli occhi sono rossi, lo sguardo vitreo, forse a causa del sonno, forse a causa di una colazione a base di vino.
Sta canticchiando una vecchia canzone di Battisti, quando i due mezzi impattano.
Lo scontro è forte, il rumore delle lamiere che si accartocciano ha un qualcosa di sinistro.
In un attimo tutte le finestre che danno sull'incrocio si aprono, c'è chi esclama, chi evoca santi e madonne.incidente calca
Qualcuno chiama l'ambulanza, qualcuno scende velocemente, chi per curiosare, chi per soccorrere.
Io osservo.
Ho un senso malessere, sarei libero di andarmene ma qualcosa mi lega a questo posto.
Pare che per l'uomo alla guida del furgoncino non ci sia nulla da fare.
L'uomo dell'utilitaria si trascina a terra, probabilmente ha le gambe spezzate, il volto coperto di sangue tradisce ferite che pulite si riveleranno lievi.

La donna a terra, dall'altra parte, urla di dolore comprimendosi il ventre.
Il mio malessere aumenta ogni secondo che passa. Mi sento come costretto, anche se qualcosa mi dice che sta per arrivare il momento in cui potrò andarmene.
La nebbia si dirada, ritirandosi lentamente nei prati del parco, da lontano si ode il suono di una sirena, da vicino le urla di quella donna.
L'ambulanza arriva, seguita da un'altra e da un'altra ancora.
Il mio momento è infine arrivato.
Devo andare.


Devo nascere.

Appunti di Viaggio

Scrissi questo racconto breve,  circa diciotto anni fa durante un noiosissimo servizio di guardia (medica) presso una Polveriera, durante il servizio militare. A differenza della “Guardia” vera e propria, l’Assistente di Sanità doveva semplicemente presidiare il locale adibito ad infermeria nella speranza che nessuno stesse male o, peggio, si facesse male. Per una settimana.
Il racconto soffre quindi della cupa atmosfera del posto, nonché della giovane età in cui lo scrissi.
Rileggendolo ora mi accorgo che l'osservatore-anima avrebbe forse dovuto rimanere più asettico, più distaccato. L'idea però mi piace ancora e, non avendo tempo di rielaborarlo, ho deciso di pubblicarlo così come fu scritto.

giovedì 29 ottobre 2009

Halloween

Pumpkins-2 Nei paesi di lingua inglese, in questo periodo e più precisamente il 31 ottobre si celebra la cosiddetta Notte di Halloween, durante la quale le persone, soprattutto bambini, festeggiano girando mascherati da mostri, streghe e folletti. Una festa che, seppur osteggiata da ambienti oltranzisti cattolici, pare stia prendendo piede anche dalle nostre parti. Ma da dove deriva questa festa, cosa significa Halloween, perchè ha assunto questa caratteristica? Vediamo di dare delle risposte coincise, mentre per eventuali approfondimenti vi rimando al testo di un noto studioso della tradizione celtica, Riccardo Taraglio che potete trovare a questo link.
Il 31 ottobre è la vigilia di Ognissanti, festa introdotta da Papa Gregorio IV, nel 835 d.C. per celebrare tutti quei santi e martiri che non avevano trovato spazio nel calendario. In realtà la scelta del periodo fu tutt’altro che casuale: la festa di Ognissanti (e il successivo giorno dedicato ai defunti, introdotto dai monaci Benedettini nel 988 d.C.)  fu fatta cadere in concomitanza al periodo celebrativo derivato dalle tradizioni celtiche di Samhain o, in gallico Trinoux Samonia, periodo che segnava la transizione di un ciclo annuale ad un altro: in altre parole una sorta di capodanno celtico. Tali tradizioni, sebbene, mi si consenta il termine, imbastardite dal successivo e continuo passaggio di culture differenti, rimase viva e perdurò a lungo in modo particolare nelle aree rurali, in genere più restie ad abbandonare gli antichi riti e credenze. La Chiesa aveva da tempo iniziato un’opera di eradicazione di quello che definiva superstizione, ovvero delle precedenti credenze pagane e l’esperienza insegnava che era molto più redditizio sostituire un rito o una festa sovrapponendone una di matrice cristiana, piuttosto che vietarne lo svolgimento, anche se va detto che vi sono molte eccezioni e che spesso i monaci usarono metodi brutali per impedire ad esempio l’accensione dei fuochi sacri.
Riguardo l’origine del termine, invece,  va detto che molto semplicemente la parola Halloween altro non è  che la contrazione delle parole inglesi All Hallows Eve, letteralmente Vigilia di Ognissanti.
Perché tale festa ha assunto questi connotati?
I motivi vanno ancora ricercati nelle tradizioni di matrice celtica. Laddove la notte di Halloween viene vissuta come una tradizione propria, e non come nel nostro caso, importata, i bimbi si travestono da folletti, mostri e streghe e girano per le case chiedendo cibo o monete per evitare tiri mancini, la famosa “Trick or Treatin?”, letteralmente “ Scherzo o banchetto?”. Nei paesi dove tali tradizioni perdurarono, le Isole Britanniche, la Bretagna, l’Irlanda ed alcune zone dell’Italia settentrionale, vi era la consuetudine di passare di casa in casa in una sorta di processione nella quale si richiedevano cibi e bevande rituali da offrire ai defunti. Si inseriscono poi, alcuni aspetti antropologici in particolare legati al travestimento, utilizzato sia come metodo per uscire dal proprio ruolo sociale, come nel nostro carnevale, sia con scopo di esorcizzare le forze distruttive della natura o le componenti spirituali negative (spiriti e defunti).

La Zucca di Halloween


Meno impegnativa e forse più divertente invece è la storia di Jack O’Lantern, la celebre zucca simbolo di Halloween, anche se, va detto originariamente non di zucca, ma di rapa si trattava.

Narra la leggenda, tutta irlandese e molto cristianizzata, di un beone di nome Jack che dopo una sbornia colossale proprio alla vigilia di Ognissanti, incontrò il diavolo in persona che aveva tutta l’intenzione di portarselo all’Inferno. Hallowmas_2005s Jack però non aveva nessuna intenzione di andare nell’aldilà e d escogitò un piano. In un primo tempo propose al Diavolo di acconsentirgli, prima della dipartita, un’ultima bevuta, e quando il Diavolo assentì, Jack prese a frugare le tasche alla ricerca di una moneta che sapeva di non avere. Il Diavolo stava perdendo la pazienza, ma Jack chiese astutamente al Diavolo di trasformarsi in una moneta da 6 pence affinché potesse pagarsi l’ultimo bicchiere. La cosa parve divertire il Diavolo che operò la trasformazione convinto che la cosa si sarebbe presto risolta, ma l’uomo ne approfittò immediatamente, prese la moneta e la depose all’interno di un piccolo borsello in cui teneva un crocifisso.
Il Diavolo, imprigionato e schiumante di rabbia, minacciò Jack di ogni sorta di punizione, ma alla fine, vinto implorò a Jack di liberarlo,
L’uomo acconsentì a patto che gli fosse lasciato un altro anno di vita. E così fu.
In un primo tempo, come spesso accade a chi scampa un pericolo mortale, Jack sembrava aver trovato la buona strada e si mise d’impegno comportandosi da buon cristiano nei confronti di moglie e figli, ma ben presto cadde ancora nel vecchio vizio della bottiglia, fino a che l’anno concesso passò.
Puntualmente il Diavolo comparve a Jack per reclamare la sua anima, e l’uomo ormai rassegnato stava per arrendersi quando improvvisamente gli sovvenne l’ennesima truffa.
Passando accanto ad un albero di mele, chiese al diavolo di concedergliene una prima di dipartire per l’oscuro inferno. Il Diavolo accettò ancora e si arrampicò sull’albero per cogliere una mela.
Ma non appena salito sul tronco jack incise sulla corteccia  il segno della croce, gabbando per l’ennesima colta il povero Diavolo. Per ridargli la libertà chiese questa volta dieci anni al termine dei quali avrebbe ceduto l’anima senza ulteriori richieste.
Ma questa volta fu Jack a soccombere: il fisico duramente provato da una vita dissennata non resse a lungo e l’uomo morì, prima ancora che scadessero i fatidici dieci anni.
Jack si presento in Paradiso, ma a cagione della sua pessima condotta le porte non si aprirono e così dovette suo malgrado andare all’Inferno. Anche qui però non fu accolto, giacché il Diavolo rancoroso per le umiliazioni subite non lo voleva tra i suoi domini. Tuttavia mosso a compassione, prima di lasciarlo vagare tra le nebbie del limbo tenebroso, il Diavolo fornì a Jack una candela affinché potesse illuminarsi la via.
L’uomo prese la candela e la pose in una rapa scavata in modo da ricavarne una lanterna e alla flebile luce di questa vagò nel Limbo alla vana ricerca di un posto dove dimorare.
Vuole la leggenda che nella notte di Halloween quando il velo che separa il mondo dei vivi da quello degli spiriti si assottiglia, si possa vedere lo spirito di Jack  vagare per le tenebre in cerca di pace, preceduto dalla tremula luce della sua strana lanterna.

ATTENZIONE:
Questo post deve molte delle sue parti al sopraccitato testo di Riccardo Taraglio, testo che è coperto da copyright ed è utilizzabile solo a determinate condizioni, in particolare per la distribuzione gratuita nelle scuole, nelle biblioteche e nei circoli culturali, mentre se si vuole utilizzare al di fuori di questo ambito sarebbe bene, come ho fatto anche io, chiederne l’autorizzazione. Per farlo basta entrare nel suo sito cliccando qui.

martedì 15 settembre 2009

Lago di Misurina

Gita assolutamente da non perdere se si è nel Cadore, è il lago di Misurina e l'ascesa alle Tre Cime di Lavaredo, queste ultime raggiungibili tramite strada carrozzabile, in ottimo stato, previo il pagamento al casello di 20 € per autovettura.

 

Lago di Misurina
Lago di Misurina
Misurina, conosciuta in tutto il mondo, è una frazione di Auronzo di Cadore ed è una piccola località turistica nel cuore delle Dolomiti, ad un'altitudine di 1754 metri, anche denominata "La Peral" delle Dolomiti, è situata proprio sotto le Tre Cime di Lavaredo, accessibili in partenza proprio da Misurina, sia via sentiero sia tramite una strada carrozzabile.

"Una non troppo antica leggenda narra di Misurina, la figlia di un gigante, il Re Sorapis. La bambina molto capricciosa pretendeva che il padre le donasse lo specchio "tuttosò" che apparteneva alla fata del Monte Cristallo. La fata propose un patto: avrebbe concesso lo specchio solo se il Re avesse accettato di trasformarsi in una montagna. Non appena Misurina afferrò lo specchio Re Sorapis subì l'eterna trasformazione. Solo allora la bimba si disperò e presa da improvviso capogiro precipitò dall'alto assieme allo specchio. Dagli occhi, ormai quasi spenti di Sorapis, cominciarono a scendere delle calde lacrime che formarono il Lago di Misurina. Questa leggenda sulle origini del lago della "perla del Cadore", come è stata soprannominata Misurina, senza dubbio la località più rinomata e famosa del Comune di Auronzo. Il nome "Misurina", in ladino "Mesorina", deriverebbe dall'unione dei termini "Meso ai Rin", cioè "in mezzo ai ruscelli". 

Lago di MisurinaLago di Misurina 
 Lago di Misurina
Lago di Misurina
Lago di Misurina

Lago d'Antorno... e dintorni

Proseguendo verso le Tre Cime ci si può fermare al lago d'Antorno.
Intorno a questo piccolo specchio d'acqua, posto a quota 1866 m. s.l.m. e che grazie alla sua limpidezza riflette i boschi circostanti dal verde intenso ed i cieli blu di una montagna sempre limpida, si snoda un sentiero che corre fra una vegetazione caratteristica e rara.

Lago d'Antorno


Sui sentieri dei Fanes - Parte 2

I Monti Pallidi
Secondo la leggenda de “La Crepes Spavìdes” ovvero la leggenda dei Monti Pallidi, tra le nostre montagne viveva un principe buono, amato dal suo popolo. Egli però era molto triste; solo una cosa avrebbe potuto rallegrarlo: raggiungere la luna per conoscerne la principessa che gli era apparsa in sogno. Con l’aiuto di due saggi il suo desiderio si realizzò e, giunto sulla luna dove tutto era luminoso e splendente, incontrò la principessa e fu da lui subito riamato. Il suo soggiorno però fu breve, infatti i suoi occhi, feriti da quel chiarore così intenso, cominciarono a soffrire. Il principe dovette ritornare sulla terra con la sua sposa, e qui fu festeggiato dai suoi sudditi. Solo un mazzolino di fiori bianchi portò con se la principessa e ben presto questi ricoprirono gli alpeggi del regno: le Stelle Alpine. La loro felicità però fu breve, la principessa si ammalò di malinconia: i colori erano così forti sulla terra e le montagne così cupe… per non morire dovette ritornare dal re suo padre.
I nani silvani, numerosi in questi luoghi, vennero in aiuto al principe sempre più disperato per questa forzata separazione. Una notte di luna piena salirono sulle cime più alte di queste montagne e, sotto la direzione del loro re, incominciarono a fare strani movimenti con le mani e le braccia e ben presto tra loro apparvero grossi gomitoli splendenti: avevano filato i raggi di luna! Poco prima dell’alba, i nani silvani srotolarono i gomitoli lungo le ripide pareti delle montagne che furono ben presto ricoperte da un chiarore meraviglioso che avvolse tutto il regno. La principessa della luna poté ritornare tra i Monti Pallidi dove visse felice con il principe.
Passo Gardena
Passo Gardena
Passo Sella
Passo Sella Passo GardenaPasso Pordoi 

lunedì 14 settembre 2009

Sui sentieri dei Fanes – parte 1

Fanes è il nome di un antico popolo di cui parlano le leggende Ladine, per chi volesse approfondire consiglio il bellissimo e accurato sito Il Regno dei Fanes curato da Adriano Vanin dove si trova anche un importante bibliografia e da cui sono tratte le descrizioni in corsivo dei vari luoghi (ho volutamente lasciato attivi alcuni link che rimandano al sito). Questo nome è divenuto poi un toponimo: l'Alpe di Fanes è infatti un imponente quanto bellissimo catino dolomitico i cui margini scendono a strapiombo verso la Val Badia. La zona fa parte del Parco Regionale del Fanes Senes Braies, una zona incantevole che ho, sommariamente visitato (con una bimba piccola e tre ernie più di tanto non mi è stato possibile),  durante le vacanze estive, una delle più belle della mia vita.
Lo scopo di questa introduzione è semplicemente quello di pubblicare alcune fotografie che ho scattato durante la vacanza, sperando di poter trasmettere a voi lo spirito di quei luoghi magnifici, o anche solo un immagine (cliccare sull’immagine per ingrandire).

San Vigilio di Marebbe - Panorama

Lago di Braies
"Ogni anno, in una notte di luna, la regina e Lujanta fanno in barca il giro del lago di Braies, uscendo dalla porta di roccia che ha dato il nome ladino (Sass dla Porta) alla Croda del Becco. Esse attendono che il nipote della regina ritorni con le frecce infallibili. Ma questi non arriva mai. E un giorno scocca la “grande ora”: dai monti risuonano le trombe d’argento. Ma non c’è nessuno a rispondere al loro appello. La regina le ascolta per l’ultima volta, poi scende a dormire per sempre sul fondo del lago. Ma un giorno arriverà il “tempo promesso” in cui tutti risorgeranno per vivere in pace".
 
Lago di Braies
Lago di BraiesLago di Braies
Lago di Braies

Senes
Costituiscono un grande altopiano carsificato, a quote comprese tra i 2000 ed i 2300 metri, che si estende tra il monte Sella di Sennes, ad ovest, ed il gruppo della Croda Rossa, ad est. Il lato settentrionale è delimitato da una serie di rilievi, tra cui spicca la Croda del Becco, strapiombanti sulla val Foresta ed il lago di Braies; quello meridionale dalla val dai Tamersc - val di Rudo - Pederù.

Parco Senes Fanes BraiesParco Senes Fanes Braies
Parco Senes Fanes Braies
Parco Senes Fanes Braies

Fanes
Strano a dirsi, le alpi di Fanes non sono direttamente menzionate come sito di particolari avvenimenti della leggenda, anche se è pressochè certo che facessero parte del territorio di caccia o di pascolo dei Fanes stessi. I nomi delle alpi, grande e piccola, sono legati all'importanza economica degli alpeggi e delle relative malghe.

Fanes - Rifugio
Fanes - Vista dal rifugio Fanes
Parco Senes Fanes Braies
Parco Senes Fanes Braies
Parco Senes Fanes BraiesParco Senes Fanes Braies

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