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martedì 15 marzo 2011

Se l'economia diventa un freno


Ci sono momenti nella vita in cui sorge l'esigenza di manifestare le proprie idee su argomenti di cui in realtà, si conosce poco. Lo facciamo tutti, in questo paese da Bar Sport. In genere se non sono convinto di avere delle idee o delle informazioni serie preferisco non aprire bocca; o non digitare lettera, nello specifico.
Voglio fare uno strappo alla regola e divagare, sperando di interloquire (critiche sempre ben accette!), su un argomento ostico di cui ho conoscenze abbastanza superficiali: l'Economia.
Siamo stati abituati a pensare che, in Occidente, tutto venga mosso dall'Economia. Sicuramente lo è stato in passato e sicuramente lo è ancora per molti casi. Tuttavia è mia convinzione che troppo spesso ormai l'economia abbia perso questa funzione propulsiva e si avviti attorno a se stessa, di fatto rappresentando un freno al progresso.

Agli albori dell’economia industriale, la regola aurea era sintetizzata dall’assunto che i profitti dovevano farsi in fabbrica, ovvero,  si pensava che questi dovevano essere strettamente legati alla produzione.
L’imprenditore andava in cerca di capitali con il preciso scopo di un investimento produttivo che permettesse dunque una produzione migliore, sia in termini qualitativi che quantitativi.
Eventuali "azioni", venivano quindi emesse per creare fondi di investimento al fine di acquistare tecnologia avanzata, manodopera specializzata e non, e rispondere così alle esigenze di mercato.
Vuoi perchè il mercato, in alcuni sue voci venne saturandosi, vuoi per altri motivi legati allo sviluppo delle entità economiche (fabbriche in multinazionali), l’emissione delle "azioni" da parte delle Società si slegò dalla semplice idea di investimento produttivo per divenire investimento fine a se stesso. La cosa degenerò con l’avvento della new economy quando gli investimenti furono dirottati su società legate al mondo dell’informatica e della comunicazione digitale senza che nessuno avesse la più pallida idea né delle potenzialità dell’impresa su cui si investiva, né del reale bisogno che il  mercato poteva avere del prodotto che l’Impresa stessa si apprestava a sviluppare.

In altre parole, gli investimenti furono di fatto indirizzati non più verso cose tangibili (produzione), ma su semplici idee (prospettive di guadagno). Purtroppo dopo il boom iniziale, il castello di carte crollò al primo soffio di vento.
Tuttavia il processo di finanziarizzazione dell’economia era ormai inarrestabile: la sete di profitti ottenuti dalla semplice movimentazione di capitali, di profitti facili se vogliamo, spinse l’economia mondiale verso un baratro, il cui orlo è ora sotto gli occhi di tutti. Le azioni vennero emesse per appianare debiti, per coprire buchi di bilancio, scaricando la mal gestione sugli investitori anziché sugli imprenditori e manager (che nel frattempo si garantivano stipendi da favola, totalmente slegati dai reali profitti dell’Impresa). Questo per continuare a garantirsi l’accesso al credito, gestito da Banche e coperto da Assicurazioni, le quali incentivavano i propri manager, non tanto per la qualità degli affari, quanto per l’entità dei loro volumi.

Questa ricchezza, generata dalla semplice movimentazione di capitali, ha partorito una serie di conseguenze e di problematiche che danno meno nell'occhio ma che stanno, ahimè, ammorbando gran parte dell'economia planetaria.
Prima tra tutte, l’aumento spropositato della ricchezza di pochi, frutto dell’erosione del piccolo risparmio. Tale fenomeno è stato spesso supportato dalla dissennata applicazione politica di un altrettanto dissennato pensiero liberista, di cui purtroppo il nostro Paese rappresenta, opinione personale, uno degli esempi più beceri e corrotti. Intendiamoci, dissennato non in quanto tale per genesi, ma per applicazione.
In secondo luogo ed è il tema del'articolo, il percepibile rallentamento del progresso.
Mentre la mente umana è infatti in grado di realizzare, attraverso la summa delle conoscenze del pianeta, tecnologia e prodotti sempre più avanzati, l’Economia, che una volta era il principale motore, è divenuta, oggi, uno dei principali freni al progresso stesso.
Facciamo qualche esempio.
Senza entrare in considerazioni complottiste (Big Pharma), a cui francamente non credo,  è comunque evidente come la farmacologia tenda a favorire la ricerca su ciò che può curare i sintomi rispetto a ciò che potrebbe debellare le malattie. Il motivo probabile è che la prima garantisce immediati rientri dall'investimento, mentre la seconda potrebbe, in un certo senso, essere a perdere. A questo si aggiunga lo sviluppo di prodotti non pienamente testati (che sottintendono invero anche una certa mancanza di scrupoli), che vengono ritirati dopo qualche anno perché considerati pericolosi (es: nimesulide). Si potrebbe aggiungere anche il comparaggio, sebbene vada sottolineato che tale pratica non rappresenta una vera e propria piaga, ma la limite un'eventualità presente nella casistica.
Anche nell'industria dell’auto, senza scomodare miti come "Eolo", è abbastanza chiaro che i processi economici sono tali da rallentare la messa in commercio di motori per autovetture a baso impatto energetico e quindi ambientale.  A ben vedere, infatti,  prototipi a energia elettrica, solare, idrogeno, sono stati presentati da anni nei vari saloni, ma non trovano sbocco produttivo proprio perché non congrui con l'economia del sistema. Innanzitutto perché centellinare il progresso permette all'industria di far fuori magazzini di auto invendute cui, ad esempio,  è sufficiente ritarare la centralina per trasformare una vettura Euro 4 in Euro 5. In secondo luogo perché è evidente che i costi di riconversione del sistema di distribuzione dei carburanti sarebbe troppo oneroso. Si preferisce che il tutto si esaurisca naturalmente, quando cioè i costi dei carburanti saranno così elevati da renderne impossibile la vendita.


Speriamo abbiano valutato l'impatto sociale.
Persino nell’Edilizia si tacciono sperimentate tecnologie che permetterebbero, attraverso un sapiente uso di materiali (accumulatori e scambiatori termici) per altro comuni (legno, pietra, metallo), di fare a meno dell’impianto di riscaldamento-raffreddamento della casa (salvo, ovviamente, per far fronte a emergenze climatiche).


Ultimo esempio, l'Energia, il cui fabbisogno sempre crescente impone di trovare soluzioni nell'immediato (il che vuol dire nei prossimi 15-20 anni) che spesso non tengono conto dei rischi connessi alla specificità della fonte. Qui però il discorso è più complesso, perché l'Energia ha un aspetto anche strategico, motivo per cui un investimento poco vantaggioso economicamente e soggetto a rischi, come ad esempio le centrali nucleari permetterebbe comunque ad uno Stato di diminuire o annullare la dipendenza verso Paesi terzi, che per lo più sono piuttosto instabili. Si assumono oneri  finanziari e rischi di vario genere al fine di scongiurare pericoli ritenuti peggiori. Personalmente non sono convintissimo, sempre per rimanere sull'esempio, che le centrali nucleari siano sicurissime come vogliono vendercele: diffido dei proclami iperbolici  come quelli ultimi del Professor Veronesi (qui e qui): anche se hanno  fondamento mi sembrano forzature che tengono conto del problema in sé (lo stoccaggio è sicuro) senza prendere in esame altre implicazioni (ecomafie, disastri naturali, terrorismo, ecc). Il punto però che voglio affrontare non è quello della sicurezza ma quello economico legato al progresso. Il puntare tutto (o la maggior parte) sul nucleare piuttosto che implementare seriamente la ricerca sul rinnovabile nonché favorire tecnologie (e comportamenti)  risparmiose  è davvero progresso?
Ciò che però più ancora risulta evidente è l'abuso di risorse per creare e far digerire al mercato prodotti di utilità dubbia o relativa, divenuti attraverso sapienti operazione di marketing, indispensabili. In altre parole la cieca visione consumistica.
Il successo di una persona oggi si misura attraverso le dimensioni dell'automobile (potenze assurde inutilizzabili senza violare il codice della strada), nel modello del suo ultimo notebook ( perché quello prima era un po' lento, si accendeva in 10 secondi anziché in 9) , cellulare (usato anche come alternativa al citofono) o i-pad (come fare senza?), nella marca e nel numero di vestiti, occhiali e scarpe.
Il tutto fingendo di scordare che consumismo significa letteralmente sviluppare il consumo, logorando, dissipando ed erodendo, per cui una crescita basata esclusivamente sul consumo di risorse finirà prima o poi per esaurirle.

Il mio non vuole però essere un discorso moralistico, tutt'altro: il "Pensatoio" è anche il luogo dove riporto i miei dubbi, le mie elucubrazioni e in questi giorni mi sto chiedendo se davvero quello che noi chiamiamo Economia non sia che una manifestazione dell'egoismo.
In fondo quando l'egoismo trova modo di essere soddisfatto diviene fondamentale mantenere il più possibile lo status quo. Conservare, al limite fingendo di innovare, a scapito di vero progresso.

Fine della divagazione.


1 commento:

PalleQuadre ha detto...

Ti sei accorto che il detto "non fanno più le cose come una volta" diventa sempre più vero?
Ormai fanno le cose con la merda, così si romperanno e tu dovrai ricomprarle, generando un giro d'affari per le aziende.

Il problema, secondo me, sta nella cecità imprenditoriale di gente che è rimasta alla seconda rivoluzione industriale...

Per esempio, un modello economico sempre in crescita può essere un impianto industriale molto "elastico".
Perchè limitarsi a produrre una sola cosa?
Perchè produrre migliaia di auto e cercare di venderle con gli incentivi statali?
Perchè invece non si hanno impianti industriali in grado di costruire più tipi di beni o di essere convertite in poco tempo?

Il caso della virgin è ecclatante: compagnia aerea di qualità ma con bassi prezzi.
Perchè?
Perchè la virgin crea supporti ottici (cd, dvd) è una casa discografica, è una compagnia aerea ecc ecc.
Differenziando i suoi settori i dirigenti prendono profitto da più fabbriche, essendo il peso dirigenziale enormemente sollevato da ogni fabbrica questa farà dei prezzi concorrenziali assurdi per altri che basano tutto il loro profitto su una fabbrichetta (e ne vogliono molto fra l'altro).
Invece la Virgin divide e non conosce crisi: se va in crisi il mercato discografico gli restano gli altri...

Questo è quello che non capiscono le cariatidi della politica ed economia italiana, che insistono a vendere macchine su macchine, ammazzando di tasse i cittadini per gli ecoincentivi, quando una tassazione leggera aumenterebbe i consumi naturalmente.

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