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venerdì 18 settembre 2009

Eroi



Bertold Brecht disse "Beato quel popolo che non ha bisogno di Eroi". Frase che ha avuto molta fortuna, specie tra coloro che si dichiarano pacifisti.
A me quel "Beato" suona male, preferirei "Fortunato", anzi trasformerei la frase in "Beato quel popolo cui gli eroi hanno già garantito tutto", ma forse rimarrebbe comunque una frase fine a sé stessa e con poco o nessun valore oggettivo. Come del resto, quella di Brecht.
La cosa che mi rattrista oggi, è l'abuso che si fa della parola "Eroe": è di questo, in realtà, che un popolo non dovrebbe aver bisogno.
Oggi diventano eroi tutti: sono eroi quelli dello sport, è eroe la vittima che muore sul posto di lavoro, sono eroi i soldati che cadono nelle missioni all'estero.
Ma cosa c'è di eroico in un'impresa sportiva? Cosa c'è di eroico nel semplice, pur drammatico, morire?
L'eroe è colui che con abnegazione e con straordinario coraggio, si sacrifica per un ideale o per salvare qualcuno o qualcosa. Nei tempi passati dove il valore militare era considerato un ideale, una virtù di pochi, l'eroe poteva essere il guerriero potente: ne abbiamo numerosi esempi da Achille a Leonida e via di questo passo. Già in epoca Romana al valore militare si aggiunse la Pietas latina ( ben diversa dalla nostra pietà), il cui esempio più famoso è di certo l'Enea virgiliano. Poi giunse il medioevo e la contaminazione cristiana, per cui per divenire eroi, oltre alle succitate caratteristiche si aggiunse il concetto di purezza (Percifal).
Oggi, in linea teorica si dovrebbe valutare il connubio azione-ideale, valutare cioè quanto coraggio e abnegazione vengano infusi per la salvaguardia di che ideale.
Vi sono, ovviamente, delle difficoltà: mentre, infatti, per la valutazione del coraggio/abnegazione non si presentano molte problematiche (senonché può essere confuso con l'avventatezza), i valori sono standardizzati e la loro percezione, pur con le dovute sfumature, oggettiva, maggiori ostacoli si hanno nella valutazione della giustezza dell'Ideale.
E' proprio in virtù di questa valutazione, infatti, che  il titolo di eroe viene spesso negato, o di contro, usato a sproposito. Se ad esempio uno oppone,  in senso assoluto, un ideale unanimemente riconosciuto come la Pace, in teoria, nessun militare potrebbe divenire eroe, cosa che per altro contrasta proprio con la storia della parola stessa per cui l'attributo eroico era inizialmente esclusiva dei guerrieri.
Il vero problema è, ahimè, da ricercarsi nei preconcetti delle parti, per cui per esempio per un pacifista di idee comuniste, Che Guevara è sicuramente eroe anche se fu e morì guerrigliero, mentre il soldato Yankee rimarrebbe comunque e sempre un farabutto imperialista anche quando, seppur nell'ambito di un intervento politico discutibile (invadiamo l'Irak per le armi di distruzione di massa che poi non c'erano), dovesse compiere un'azione straordinaria in termini di coraggio e abnegazione (magari morendo), come ad esempio, attirare su di sé il fuoco nemico con l'intento di salvare la vita ai suoi commilitoni.
Certo è più facile, oggi, dare dell'eroe ad un pompiere che non ad un soldato, ma trovo inconcepibile l'idea pacifista, anzi indecente, del non voler concedere il titolo al militare solo perchè questi imbraccia un'arma ("Sono soldati, è una professione che si sono scelti, sapevano quali erano i rischi").
Le armi sono, al di là delle utopiche visioni, necessarie, perchè l'Uomo come ogni animale creato dalla Natura ha dovuto e deve adempiere a delle regole fondamentali, tra le quali la sopravvivenza. Per perdurare il genere umano ha dovuto forgiare le armi, dapprima per vincere un ambiente ostile contro creature più forti di lui, poi per sopravvivere a sé stesso.
Una volta si sottolineava il bisogno di trasformare la necessità in virtù. Oggi, invece, ci si illude con utopie o con speranze per lo più antitetiche con la stessa essenza dell'uomo (nonché del suo essere animale), si inventano sofismi chiamati pacifismo che spesso non sono che egoismi d'altra fatta.
Non mi riferisco, è bene specificare,  al pacifismo come tale, ma a quelle manifestazioni perbeniste del concetto.
E così chi muore al fronte da eroe (e si badi, non chi muore e basta), si vede privato l'onore di essere tale da chi manifesta di giorno e poi va a bersi una pinta al pub, da chi predica da una finestra l'importanza della vita e poi finanza la morte.
E' indubbio che la guerra si faccia per motivi strategico economici, la guerra non è mai etica, ma qualcuno mi illustri, se in grado, un sistema non militare, per interrompere, ad esempio un genocidio. Davvero qualcuno crede seriamente che per fermare, che ne so io, la guerra in Ciad, si debba andare tutti a prostrarci dinnanzi ad una statua in quel di Lourdes, magari dopo un bel girotondo tra bandiere arcobaleno?
Ad un eroe, specie se defunto, non rimane che quel titolo e vederselo negato da dei pusillanimi egoisti o da venerabili sofisti è cosa più che ingiusta: è ignobile e vergognosa.
Non fosse perchè, bisognerebbe ricordarselo, questa libertà di discutere o persino di cianciare è stata costruita proprio sulla pelle degli Eroi.
Questo è un post che scrissi un anno fa circa, scaturito da alcune elucubrazioni personali a seguito di una discussione su un forum, il cui tema portante non era l'eroismo, ma il Pacifismo e la Non Violenza.
Ho voluto riproporlo perchè, anche ieri, a seguito del brutale attacco talebano alle nostre forze militari stanziate in Afghanistan, la discussione si è riaccesa, e ancora, come una metastasi, ho sentito da più parti ripetere le stesse, vuote, perbeniste frasi.
Il pacifismo può mirare, nella realtà al solo disarmo, eventualmente illudendosi che, insieme alle armi, sparisca anche la volontà di commettere violenza.
Perchè non  illudersi? Semplicemente perchè il disarmo avviene più per ragioni economiche e politiche che non per quelle morali o idealistiche. Ne consegue che la volontà di offendere perdura e si manifesterà comunque, in tempi e modi diversi. Inoltre la non violenza, insita nel pacifismo, ha efficacia reale solo se si sviluppa all'interno di un territorio circoscritto e non riuscirà mai ad avere valenza universale giacchè su di essa grava l'egoismo del singolo e può  essere messa a tacere da questi con metodi violenti.
Da pragmatico, reputo fondamentale che rimanga viva la tensione che spinge l'Uomo a perseguire un ideale, sebbene per sua natura questo sia utopico, poiché è tale slancio verso l'idea che permette alla società umana di progredire migliorandosi. Tuttavia non si può assolutamente prescindere dall'essenza stessa dell'uomo, dalla sua comprovata imperfezione.
Ritornando sull'argomento, rimango dell'idea che sia fondamentale per tutti piangere i caduti come onorare gli eroi, senza per forza trasformare i primi nei secondi per mera retorica, né negare ai secondi il giusto onore solo per convenienza politica.

3 commenti:

Br1 ha detto...

Càpito per caso su questo post e vorrei contribuire correggendo il tiro sulla frase di Brecht che viene sempre riportata in maniera non corretta. Il testo tedesco è:

ANDREA: Unglücklich das Land, das keine Helden hat!
GALILEO: Nein. Unglücklich das Land, das Helden nötig hat!
Tradotto:
ANDREA: Infelice il Paese che non ha eroi!
GALILEO: No. Infelice il Paese che ha bisogno di eroi!

Quindi la frase è al contrario: non dice che è beato (o fortunato o felice) chi non ha bisogno.... bensì che è infelice chi HA BISOGNO. Ciòè il non averne bisogno non dà felicità, ma dà infelicità avere tale necessità.
E' la differenza (sostanziale) tra "condizione necessaria" e "condizione sufficiente". Non avere bisogno di eroi è necessario, ma non sufficiente ad essere felici. Mentre averne bisogno è sufficiente ad essere infelici (anche se evidentemente non necessario: si può essere infelici per moltre altre cose).
La frase originale di Brecht è ancora più vera e profonda di quella che ci tramandiamo da anni in una erata traduzione.

McG ha detto...

Grazie per la precisazione! Non si finisce mai di imparare :)

Br1 ha detto...

Condivido totalmente quanto riportato nel post originario; allargherei in più il concetto di Eroe al significato che ne ne ha voluto dare Brecht nel famoso discorso tra Andrea e Galileo concludendo che siamo un Paese sicuramente infelice: abbiamo (come popolo) cercato e trovato un Eroe nell'attuale Premier; si sta cercando (sempre come popolo, ma invano) un altro Eroe nello schieramento opposto da contrapporre al primo. L'Eroe ci serve perchè è a lui che vogliamo affidare (sempre come popolo) i nostri problemi affinché ce li risolva. L'Eroe ci deve rappresentare davanti al mondo ed il nostro ruolo si riduce a dargli delega, naturalmente pronti ad abbandonarlo e ad affidarci ad un altro se dovese fallire (come si fa con i presidenti o gli allenatori delle squadre di calcio, al cui mondo tanto ci ispiriamo). Tutto questo riduce la nostra vera partecipazione attiva alla cosa comune e fa di noi un popolo infelice.

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