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mercoledì 4 luglio 2012

Scelte matrimoniali


Alla fine, dopo 17 anni di consolidato rapporto, definizione questa tra le più scialbe per definire il sentimento d'amore che ci lega, io e la mia compagna abbiamo deciso di sposarci. 
Ci siamo arresi all'evidenza che la politica italiana è lungi dal riconoscere il cambiamento dei tempi e, con essi, del comune intendere la vita della moderna società. 
Vi sono resistenze molto forti in tal senso, sia a destra che a sinistra, passando per gli insulsi partitucoli  padronali che infestano il Parlamento. 
Non c'è da stupirsene.
Anzi sarebbe da stupirsi del fatto che c'è chi si stupisce ancora.
Il nostro è un Parlamento che, alle lobbies, nello specifico quella cattolica, assomma il vecchiume putrescente di una classe politica oligarchica che ha messo radici in parlamento, nonché il perbenismo interessato di figure (che definire minori è un complimento), le quali vedono nell'attaccamento radicale al tradizionalismo oltranzista l'unica mezzo possibile per una nuova eventuale riconferma elettorale.
Come già ribadito più volte da queste pagine, la "Tradizione" è più mutevole di quanto si voglia ammettere. D'altra parte, tale mutevolezza, è insita sia nell'etimologia, che nella natura umana. 
Tradizione deriva dal latino traditionem ossia , "consegna"; è quindi un passaggio di regole, abitudini e cultura che, per natura umana, la generazione ricevente interpreta e vive basandosi sulle realtà del proprio tempo, non a caso conseguente a quello vissuto dalla generazione "consegnante". 
In tempi remoti questi cambiamenti erano impercettibili e occorrevano secoli per giungere alla soglia critica affinché si realizzasse una rivoluzione di costume. Oggi i tempi corrono decisamente più veloci, ma i cambiamenti e le leggi che le regolamentano sono ostacolate dalla coesistenza nello stesso tempo, non di due, ma di più generazioni.
Le leggi, infatti, tendono a regolamentare situazioni generalizzate ma anch'esse subiscono il passare del tempo divenendo, più o meno celermente, obsolete.
Pensiamo al delitto d'onore, ovvero l'assassinio perpetrato a salvaguardia della propria reputazione o di quello della famiglia, che godeva di sostanziali riduzioni di pena (attenuanti): oggi desta molto rumore ed è ritenuto inaccettabile, tanto da sobillare istinti forcaioli quando ad esempio un islamico residente in Italia , picchia o uccide moglie o figlia, per aver arrecato disonore alla sua reputazione di buon religioso. Ebbene, la legge che garantiva le attenuanti per lesa reputazione fu abrogata solo nel 1981 quando la "cattolicissima" società italiana si era già espressa, significativamente,  a favore di divorzio e aborto!

La stessa insostenibile, ma forse fisiologica, lentezza si evidenzia per il riconoscimento delle coppie di fatto.
Le motivazioni sono sostanzialmente due: il bisogno di mantenere inalterato il complesso di norme volute da determinate lobbies, per quanto riguarda le coppie etero, e la forte opposizione all'apertura del riconoscimento delle coppie omosessuali, avversata principalmente dalle componenti religiose, cattoliche in primis.

Quello che mi lascia perplesso sono invece le motivazioni addotte su quella che secondo alcuni  viene considerata una "giusta disparità" da parte delle coppie sposate rispetto alle coppie di fatto.
Molti parlano di minore impegno e minori doveri di queste ultime nei confronti di quelli assunte dalle prime i cui impegni e doveri sono presi pubblicamente di fronte alla società.
Ma è ancora attuale tutto ciò?
Davvero l'impegno preso dinnanzi alla comunità ha una valenza maggiore nei confronti dell'impegno preso con il partner? 
Personalmente ritengo di no.
Vi sono vari motivi a sostegno di questa mia tesi.
Innanzitutto perché se proprio vogliamo attenerci alla tradizione storica potremmo scoprire, ad esempio, che il matrimonio nel mondo classico era semplicemente il riconoscimento , guarda un po', della convivenza. Furono i Romani che superarono la convivenza, peraltro inizialmente prevista, con il concetto di matrimonio al fine di coniugare il diritto dei mortali, inteso come insieme di leggi,  con quello divino.
I Romani a tal proposito intendevano il matrimonio come dovere del cittadino, infatti era questa un'istituzione riservata a regolamentare l'unione di soli cittadini Romani, mentre unioni tra schiavi o miste (cittadino/a e schiavo/a) erano ritenute illegittime. 
Nell'alto medioevo vi fu, causa l'imbarbarimento della società, un indebolimento dell'istituto matrimoniale, inteso ormai come semplice promessa ("verbum") da eseguirsi tra singoli e in forma privata, senza l'obbligo di officiante e di testimoni a seguito, cosa che per altro favorì  il moltiplicarsi di unioni derivate da ratti (rapimenti), il proliferare incontrollato dei divorzi, del concubinaggio da parte delle classi nobiliari e via dicendo. 
Fu solo all'inizio del XIII secolo che la Chiesa riuscì a regolamentare il matrimonio trasformandolo in rito (innalzandolo a sacramento) e istituendo, di fatto, una serie di principi che sarebbero stati ripresi anche nel periodo illuminista. 
Come si può vedere, dunque, l'istituto matrimoniale è cambiato in modo sostanziale nel tempo, sebbene mantenesse di fondo il principio che ne ha determinato la sua creazione. 
Già, perché il matrimonio, come inteso in Occidente, ha e ha sempre avuto come fine ultimo il riconoscimento della prole da parte del maschio: il rendere pubblico il rapporto serviva a marcare una sorta di territorio e i frutti di questo (mi si perdoni la brutalità della metafora, ma è ciò che, a mio parere, più si avvicina alla realtà); in altre parole si può condensare  il tutto in una sequenza logica, tipo :"questa è la mia donna - nessuno può toccarla - dunque i figli sono miei". 
Oggi, pur nel mantenimento di determinati principi basilari, sta venendo meno il concetto di rendere pubblico il matrimonio come atto costitutivo della famiglia.
E' mia opinione che le motivazioni di tale evoluzione siano dovute proprio all'emancipazione della donna e al ruolo paritario che sta conquistandosi all'interno della società. 
Oggi una donna, almeno in occidente, non viene (fortunatamente) più né venduta, né comprata, né può ritenersi fortunata se un uomo la sceglie come "compagna", solo per il motivo che, per l'appunto, è stata scelta. 
Anzi, è piuttosto evidente che l'emancipazione sta riportando la donna a quel ruolo, a mio avviso naturale, di attrice protagonista nella scelta del compagno, cosa che tra l'altro anche gli antropologi hanno riconosciuto essere stato fondamentale all'evoluzione della specie umana ed in particolare dell'Intelligenza.
Questo, di fatto, tende, alla lunga, ad abbattere quelle convenzioni  "pro-maschio" volte a rendere pubblico un rapporto, a favore del rapporto intimo della coppia stessa, la quale assume valenza pubblica non tanto per un atto formale, il matrimonio, quanto per la sua stessa essenza: la convivenza e l'effettiva condivisione di tutto ciò che concorre a creare un nucleo famigliare (intenti, prole, abitazione, ecc).
In fondo, il matrimonio civile è reso noto dalle cosiddette "pubblicazioni" in bacheca comunale che non mi risultano essere la lettura preferita della popolazione cittadina: l'atto si configura come nulla di più che una "pubblicazione  potenziale", ovvero viene resa pubblica solo potenzialmente a tutti, ma di fatto solo a chi legge le pubblicazioni.
Viceversa, la popolazione ha notizia dell'esistenza della famiglia nel momento che interagisce con la stessa e la riconosce come tale.
Nella mia esperienza ho notato che nessuno mai ha messo in dubbio l'impegno profuso nella condivisione e nella costruzione della famiglia da parte mia e della mia compagna, tanto che, spesso, ho riscontrato la sorpresa altrui condensarsi nella frase "Ma dai? Davvero non siete sposati?".
Questo, per ribadire quanto sopra,  ha fatto nascere in me la convinzione che l'unione si certifica non nel momento della sua "pubblicazione" ma si autocertifica nel riconoscimento reale della stessa durante tutta la convivenza.
Non si può confondere l'atto di certificazione accessorio con la cosa da certificare. Questa esiste con o senza quella data certificazione e, una certificazione diversa, non ne snatura affatto l'essenza: nello specifico, un nucleo famigliare esiste fin tanto che i rapporti rimangono sani e saldi, non perché vi sono apposte firme e pagati dei bolli.
Peraltro, con l'avvento del divorzio, il matrimonio è stato minato nelle sue fondamenta (non è più "per sempre", ad esempio) e rimane di fatto un'etichetta posta su un contenitore la cui presenza od assenza di contenuto, lo ribadisco, viene determinato non tanto dall'atto certificante, quanto dalla volontà della coppia stessa di rimanere "famiglia".
Ecco perché ritengo inaccettabile che vi siano, nell'ordinamento, retaggi che non garantiscano alla prole naturale di una coppia di fatto i fondamentali diritti di avere fratelli, parenti e via dicendo. 
Né più, né meno, come nel caso di una convivenza. 

Diverso, ovviamente il matrimonio religioso, che potrà stupirvi, trova in me uno dei suoi sostenitori. 
Beninteso, non acconsentirò mai a sposarmi in chiesa: non credo a chi si è arrogato il diritto di essere intermediario unico tra l'uomo e la divinità, tuttavia riconosco la superiorità del concetto di matrimonio religioso inteso, almeno , come richiesta di benedizione da parte della presunta divinità al rapporto instaurato.
Come più volte ribadito, non riesco a definirmi ateo e, pur non credendo ad alcun dio, pur incerto se ciò sia pregio o difetto, verità o torto, percepisco il bisogno o il desiderio degli uomini di trascendere.
In tal senso, il matrimonio acquista una valenza diversa, giacché è chiara la volontà dell'Uomo di elevarlo da contratto privato a qualcosa di ultraterreno (a prescindere dal fatto che dio esista o no, e dal credo di coloro che sono esterni all'atto, ovviamente).

A questo punto avrete notato una contraddizione: perché dunque se il matrimonio civile è la forma che maggiormente osteggio è quella alla fine andrò a combinare?
La risposta in realtà l'ho già data nelle prime righe.
Per garantire diritti alla prole una famiglia di fatto ha solo due opzioni: o attendere che la politica si accorga del cambio di rotta e dell'effettiva situazione del paese e si adegui legiferando in favore di forme famigliari più intimamente sentite o arrendersi all'evidenza e continuare la propria battaglia assicurando i diritti alla propria prole.
I figli, sublimazione dell'amore che ha unito la coppia, rappresentano per la coppia stessa niente di meno che tutto.
Da questo punto di vista, forse abbiamo colpevolmente aspettato troppo.
E poi, lo ammetto: "festeggiarci" ci rende felici.

3 commenti:

brain_use ha detto...

Non sono sicuro di conoscere adeguatamente la materia e di conseguenza, probabilmente, alcune mie affermazioni ti parranno autentiche fesserie. Leggi questo mio intervento come una richiesta di chiarificazioni.

Premetto che concordo con te sulla distinzione fra contratto civile e sacramento religioso ma, in questa sede, mi disinteresso totalmente della seconda accezione.

Stando dunque nell'ambito del contratto civile, credo che la sola reale obiezione che si debba muovere al matrimonio sia la oggettiva difficoltà a rescindere il contratto con il divorzio, anche in caso di consensualità degli (ex) coniugi.

Se l'atto del divorzio fosse, sia sul piano degli oneri che sul piano delle tempistiche, paragonabile a quello della stipulazione del contratto medesimo e fatte salve eventuali contestazioni di natura patrimoniale fra gli ex coniugi, credo che non ci si potrebbe lamentare della forma contrattuale del matrimonio in alcun modo.

E dunque non capirei la "necessità" di integrare la forma contrattuale con altre volte a risolvere le medesime problematiche (penso, innanzi tutto, alle problematiche che nascono in caso di malattia di uno dei conviventi, ma anche alla perdita di capacità reddituale di uno dei due o altre problematiche che coinvolgono la necessità di reciprocità fra i due).

Altro è il caso delle coppie omosessuali, per le quali sarei favorevolissimo a concedere le medesime forme giuridiche a disposizione degli eterosessuali, con qualche riserva (lo confesso) sull'opportunità di affidamento di bambini in adozione (ma in questo ambito credo si DEBBA cadere nella casistica individuale).

Per quanto riguarda la tutela dei figli, perdonami, ma qualcosa mi sfugge proprio: una volta riconosciuta la paternità, quale sarebbe il problema nell'allevare la prole in assenza di un contratto matrimoniale?

brain_use ha detto...

Ah... p.s.
Auguri!

Mc G ha detto...

Grazie!
Ti rispondo partendo dall'ultimo. Allo stato attuale, anche se è in discussione da poco una legge che dovrebbe sanare l'obbrobrio, i figli di coppie di fatto hanno parentela solo in linea diretta. In sostanza hanno come unici parenti i genitori, niente zii, cugini e...fratelli! Al di là dell'idiozia in sé, questo comporta una serie di conseguenze in caso di separazione della coppia e ancor di più nel caso di disgrazia con morte dei due genitori, che renderebbe la prole adottabile, assommando il trauma della perdita al uscita forzosa dal contesto familiare costituito dai "parenti di fatto" per essere inserito in un'istituto in attesa di adozione. Basta sposarsi, si dirà. Infatti ciò che io contesto è il modo ipocrita con cui questi diritti vengono acquisiti. Metodo peraltro che la società sta rigettando (calo dei matrimoni) a causa di molteplici fattori: vita più frenetica, maggiori rapporti interpersonali, poco tempo da dedicare alla famiglia, crisi delle convenzioni tradizionali, allungamento della vita media, ecc. Come sempre non sono convinto di avere ragione, ma espongo la "mia" ragione, in tal caso, sottolineando come la moralità di un unione non dovrebbe essere stabilita per legge (contratto) ma, come di fatto è, dalla volontà dei suoi componenti di garantire qualità e durata all'unione (promessa).
Per le coppie omosessuali sono nella tua stessa posizione, assoluta apertura sul riconoscimento legale delle stesse e qualche dubbio sull'adozione, la maggior parte dei quali sicuramente dovute a personali tare culturali.

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