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domenica 19 febbraio 2017

Oltre


"Alcuni sostengono che la morte sia davvero il termine di ogni cosa: nessun dopo, nessun dove. Altri che sia la porta per un'altra esistenza, per una vita eterna in altri luoghi, con altre regole. C'è chi sostiene sia una parentesi, tra un incarnazione e l'altra, un lungo viaggio verso uno stato di esistenza superiore, o verso il nulla. Ma che sia la fine, l'inizio o una parentesi poco importa: la morte ha sempre avuto un'importanza notevole per l'uomo: in fondo è l'ultimo atto della sua esistenza terrena.
La morte, per quanto mi riguarda è invece semplicemente un dono o, eventualmente, una fortuna.
Nella vita ci sono pochissime certezze, di tutte la più certa è sicuramente la morte. Non cambia in realtà che essa sia un punto o una virgola, perché, al di là del credo di ognuno di noi, essa è e riamane la fine dell'esistenza dell'essere, così per come è stato conosciuto"
Sono parole mie di circa 7 anni fa, di un post titolato "Morte".
Non ho cambiato idea in merito.
Ritengo ancora la morte un dono (anche se oggi preferisco il termine "fortuna" giacché il "dono" presuppone un donatore) per gli stessi motivi che individuai allora, sebbene ora che il Tristo Mietitore si avvicina, ne percepisco del dono, anche l'amaro sapore.

In passato sono stato religioso, più per educazione che per scelta.

Hieronymus Bosch  - La nave dei Folli

Come più volte sottolineato, ho trovato l'insegnamento dato dalla religione contraddittorio: in particolare, sulla morte, per rimanere in tema, da un lato ci è stato insegnato che rappresenta l'ultimo passo prima del ricongiungimento con il divino, quindi fonte di gioia, dall'altra viene rappresentata spesso come una punizione (vedasi tre quarti dell'antico testamento, l'Apocalisse e le numerose e spaventose rappresentazioni sui libri di pietra che sono le cattedrali), lasciandoci dinnanzi ad essa in balia della paura.

Poi, forse anche per questo, si potrebbe dire che persi la fede. 
Sempre che ne abbia davvero avuta almeno un po'.
Persino ora io stesso fatico a capire se sono ateo od agnostico.
Da un lato ritengo impossibile l'esistenza di qualunque divinità proposta dall'uomo: in ogni religione riconosco fin troppo bene i difetti del genere umano, tanto che è trovo fin troppo semplice dimostrare quanto sia stato l'uomo ad aver creato dio a sua immagine e somiglianza e ridicolo il viceversa.
Dall'altro, la totale negazione del divino non mi convince del tutto, sebbene non saprei definire cosa possa mai essere un dio, né definirne gli attributi (Perché mai dovrebbe essere eterno, onnisciente, onnipotente? Perché non potrebbe essere morto o trasformato o crescere in conoscenza attraverso errori come facciamo noi, od ancora, avere poteri limitati? Perché deve essere uno? Perché anziché ritornare a lui, non sia lui a dovere/potere ritornare attraverso di noi? Perché dovrebbe tornare?).
Domande senza risposte: in fondo, è dalla notte dei tempi che dio è semplicemente ciò che non riusciamo a comprendere.
In fondo, il divino lo abbiamo cercato "oltre" mentre forse, dico forse, dovremo cercarlo in noi stessi.

Di certo, ciò che mi lascia perplesso è  l'affrontare la morte in funzione di un dopo, di un oltre.
Qualunque cosa vi sarà, se vi sarà o meno, non dovrebbe avere particolare peso in questa vita, in quanto non vi è percezione di essa.
E' utile esercizio, se fine a sé stesso, ma il relegare la speranza in un altro mondo mi pare più ancora che una fuga, una vera e propria diserzione.
Tutto di un uomo dovrebbe condurre al compimento di sé stesso, ogni sforzo; persino gli errori e i fallimenti. Persino la certezza che non vi sarà alcun reale compimento, sempre che l'aspettativa iniziale non fosse stata miserrima o la vita estremamente fortunata.
Non si può procrastinare il proprio dovere di divenire ad un ipotetico oltre, su cui non abbiamo alcuna certezza.
Il futuro di un essere smette di esistere nel momento stesso che questi smette di essere: è lapalissiano.
Quando un essere muore smette di divenire sé stesso e inizia a trasformarsi in altro: la materia si decompone ma continua a vibrare restituendosi all'universo.
Ciò è tutto quello che sappiamo.
L'effetto consolatorio di ciò che crediamo, ovvero di poter godere del proprio divenire/compimento in un altro mondo o di potervi adempiere anche dopo la morte (reincarnazione, purgatorio, ecc),  è di fatto, una pia illusione, un tema che ha presa su chi rimane (qui sta in gran parte il successo delle religioni), o paradossalmente, a chi consapevole di essere arrivato alla fine, non accettando la morte come parte della vita, desidera un surrogato di quest'ultima, perdendo l'anima.
Già, perché se mi è permesso giocare arditamente con le parole, si potrebbe affermare che l'anima di un uomo è il senso della vita, la quale ha senso (persino se effimera o misera) semplicemente se un senso reale è stato perseguito.
Tutto qui.


4 commenti:

Alfredo Cremonese ha detto...

Salve Luca, al di là del post, che è interpretabile e commenterò più avanti, c'è un particolare che mi inquieta...come sarebbe a dire che il Triste Mietitore le si sta avvicinando???

Luca Gallanti ha detto...

Il 3 ottobre dello scorso anno sono stato operato al cervello a seguito di una attacco epilettico. Il successivo esame istologico ha determinato che la causa dell'epilessia era un tumore e, come se non bastasse, maligno e dei più aggressivi. Le possibilità di superare l'anno sono del 15%; a me hanno dato 6 mesi (scaderebbero a fine mese). Per ora le cose vanno discretamente ma, come ovvio, non mi aspetto miracoli.

Alfredo Cremonese ha detto...

Salve Luca, avevo intuito che fosse qualcosa di grave. Ho sempre apprezzato molto i suoi post, così come la sua intelligenza. Che dire? Non ci sono parole davanti al dolore. Davvero. Dunque le hanno dato una "scadenza". Mi ha colpito il suo post di riflessione su cosa potrebbe esserci "dopo". Io non sono credente, non starò qui a propinarle la manfrina sulla salvezza dell'anima o dello spirito e sulla misericordia di Dio, perché non ci credo. Potrà però interessarle sapere che fisici illustri quali Rogers Penrose o Robert Lanza hanno elaborato teorie (ancora da provare) fisiche e non religiose come la Riduzione Obiettiva Orchestrata o il Biocentrismo sul fatto che la coscienza, come fenomeno quantistico e per un discorso di entropia, potrebbero sopravvivere alla morte fisica dell'individuo. Spero di non aver toccato con pesantezza un tasto tanto delicato. Mi scuso se l'ho fatto, ma lei mi sembra ancora molto lucido e le scrivo con lucidità. Era solo per dirle che la speranza è rimasta sul fondo del Vaso di Pandora per un motivo preciso. Io sono ateo, come lo era anche Buddha, ma credo che qualcosa di noi sopravviva al disfacimento fisico, come Buddha. Io le confido di aver tentato seriamente il suicidio per un disturbo mentale, non ho visto luci o tunnel o altro, ma forse non stavo realmente morendo. Le testimonianze su un "altrove", sono tante, e sono al vaglio della scienza. Qualunque sia la sua destinazione, le auguro sinceramente buon viaggio. E mai come ora vale il detto "finché c'è vita c'è speranza". Se ha paura, sappia che è assolutamente comprensibile. Siamo fatti per finire, ma...io la prenderei con beneficio d'inventario. Parlare della morte nella nostra società è considerato un tabù. Io spero lei mi capisca se ho infranto questo tabù (sono un po' anarchico, spero di non essere stato un insensibile), io capisco lei. E comunque la dovrò capire, prima o poi. E' solo una questione di tempo. Forse in questi momenti dobbiamo voltarci indietro ed apprezzare tutto, tutto quello che abbiamo e non abbiamo fatto. Pensare che siamo stati, siamo e saremo parte di un bellissimo, straordinario Universo. Non servono né la scienza né la religione per comprenderlo. Chiederle di farsi forza forse è troppo. Basta accettare che la natura faccia il suo corso. Vorrei scriverle tante cose, ma forse è meglio se mi fermo qui. E spero ancora, vivamente, di non aver urtato la sua sensibilità. Un consiglio: nel frattempo, faccia tutto quello che avrebbe sempre voluto fare ma non ha mai potuto fare. Con stima. Alfredo

Luca Gallanti ha detto...

Salve Alfredo,
innanzitutto mi preme ringraziarla per i complimenti, per lo più, temo, immeritati.
Non si preoccupi sull'eventuale indelicatezza che credo sia inevitabile quando si parla di certi argomenti specie con un, per così dire, condannato a morte (ma in fondo lo siamo tutti, è solo che non vogliamo averne consapevolezza): il piacere del dialogo e del confronto, soprattutto con una mente come la sua, ha un valore che supera di gran lunga i limiti "morali" della nostra educazione (qualunque sia il significato di morale od educazione) e più che urtare, colpisce la mia sensibilità in modo assolutamente positivo: ispira. E'l'inestimabile bellezza della vita dei senzienti. Credo che almeno in parte accoglierò il suo consiglio finale. Solo in parte però, perché tra le cose che faccio tutti i giorni vi è una "normailità" a cui non mi è possibile rinunciare: essere marito e padre.

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