Ad Expando

mercoledì 14 giugno 2006

15 Anni




Sono passate dieci vite, 
o forse, solo quindici anni. 

Incubi nella notte: 
volti scarni 
ventri gonfiati dalla fame 
corpi nudi 
corpi martoriati. 

Ho provato paura. 
Orrore. 
Odio senza nome. 

Il nemico assale nella tenebra. 
Codardo. Forse no, solamente disperato. 

Perché la notte è buia nel deserto 
alle spalle di Jalaalaqsi, 
solo il vento s'ode spostare le dune. 

Sono passate dieci vite 
o forse, soltanto quindici anni. 

Spari nella notte 
e il terrore scorre tra le gambe di un soldato. 
Odore di urina 
Faccio finta di non sentire 
Faccio fine di non vederlo: 
persino nella paura si può provare vergogna. 

Ancora spari: sparo nel buio. 
Sono un soldato. 
basterà questa croce rossa sul braccio 
a salvarmi l'anima? 

Dieci vite in un uomo di vent'anni. 
Poi come un angelo sei giunta tu, Angela 
per insegnarmi ad amare: 
non credevo si potesse ridere in guerra. 

Hai guidato il mio respiro tra le labbra di un neonato, 
il cuore ha ripreso a pulsare. Il suo, come il mio. 

Quando un bimbo piange, 
schiudendosi alla vita, 
ogni dolore scompare: 
per un attimo mi son sentito madre
e ho riso.
Quindici anni fa. 
Dieci vite o forse trenta sotto un camion ribaltato. 
Estrarre corpi a mani nude 
con le orecchie sorde ai gemiti 
con occhi ciechi e senza lacrime 
la rabbia, e l'anima da un'altra parte. 

Non è facile ricordare. 
Ora ti faccio vedere come vive un italiano 

E come uccide. 

Quindici anni sono passati 
e cento cadaveri. 
Morti di tifo, di colera. 
Morti di peste polmonare. 

Solo diciotto ce l'hanno fatta: 
trentasei viaggi sul sentiero del sudore 
senza pietà nel cuore 
solo fatica e nera rassegnazione. 

Diciotto vite tolte alla malattia 
diciotto anime riconsegnate alla guerra 
diciotto soldati salvati e per altre porte 
ricondotti alla morte. 

Numeri. 
Numeri?
Dove saranno ora quegli uomini? 
Non ho forse diritto di sapere? 

Quindici anni di domande 
per dieci vite senza risposte. 

E poi levammo le tende per piantarle a Jowhar 
con i picchetti delle tende
infissi tra le zolle di un cimitero.
Era come se ogni palo fosse piantato dentro un cuore.
Con le fiamme fatue, quella notte, 
bruciò l'ultimo rimasuglio della nostra innocenza. 


Non si torna indietro da una guerra.
Mai.  
Lo sapevano i nostri padri e i padri dei nostri padri: 
i veri morti sono quelli che sopravvivono. 



Lissone, 14 giugno 2006 







Appunti di viaggio

La poesia in questione ricorda per immagini parte della mia esperienza in Somalia, come soldato volontario (Infermiere), nell'ambito dell’operazione IBIS.
Un esperienza devastante e allo stesso modo e forse proprio per quel motivo, fondamentale, in quanto cambiò radicalmente il mio modo di vedere le cose. Partii come un normale ragazzotto di città, abituato alle comodità e alle apparenze e tornai uomo convinto della necessita di dover essere, prima ancora di avere o apparire. Se possibile, fu la mia iniziazione alla vita e come ogni iniziazione che si rispetti, per prima cosa, bisognava morire.

1 commento:

Paolo ha detto...

Non sai mai se è una fortuna che sia andata così o se peggio di così non poteva andare... Ma intanto sei sopravvissuto (cosa per nulla scontata, vista la situazione), sei tornato, e hai imparato qualcosa. Di per sé è qualcosa di incredibile...

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